2026 • 110 min
Era
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Synopsis
In Era di Vincenzo Marra, Napoli non è sfondo ma dispositivo: un luogo che funziona ancora, anche quando chi lo abita ha smesso di funzionare.
Lina, vedova energica e ostinatamente autonoma e autoritaria, ha alcune amiche e cerca di tenere insieme una famiglia che da tempo ha smesso di essere tale. Quando il corpo cede e l’autosufficienza si incrina, si apre una scelta: istituzionalizzarsi (RSA) o aprire la porta a una presenza estranea ma necessaria.
Entra Amilà, badante srilankese, figura laterale ma centrale: è lei che permette alla vita di continuare, mentre chi dovrebbe sostenerla si limita a orbitarle intorno.
Da qui, il film si muove come una commedia di convivenza forzata, dove il problema non è vivere insieme, ma capire chi, davvero, tiene in piedi tutto.
Review
3 min read
Recensito da Beatrice
· 24. March 2026
Era è una commedia. Ma di quelle che ridono senza divertirsi troppo.
Vincenzo Marra — che di solito frequenta territori più asciutti e quasi documentari — qui sembra infilarsi dentro una forma popolare, quasi da palcoscenico napoletano, per sabotarla dall’interno. Il tono è quello della farsa domestica: porte che si aprono, voci che si accavallano, famiglie che litigano per principio prima ancora che per motivo. Ma sotto, qualcosa non torna.
Sembra quasi una versione aggiornata — e un po’ scassata — di Natale in casa Cupiello: solo che qui il presepe è già rotto all’inizio, e nessuno ha più voglia di aggiustarlo.
La recitazione è volutamente “eccessiva”. Esibita, caricata, a tratti quasi replicata: ogni personaggio sembra recitare due volte, una per sé e una per farsi sentire. Non è un difetto: è un sistema. È come se Marra dicesse — guardate che questa è una messinscena, ma è anche la vostra vita.
Il risultato è comico, sì. Ma è un comico che non alleggerisce: accumula.
Il punto più evidente del racconto arriva quasi senza dichiararsi.
Chi lavora? Gli altri.
Chi cura gli anziani? Gli altri.
Chi fa figli, chi tiene il ritmo biologico della società? Gli altri.
Chi lavora? Gli altri.
Chi cura gli anziani? Gli altri.
Chi fa figli, chi tiene il ritmo biologico della società? Gli altri.
La figura della badante non è solo narrativa: è strutturale. Senza Amilà, il sistema collassa. E infatti il film non costruisce conflitto su di lei, ma attorno a lei — come se fosse un perno invisibile.
Nel frattempo, la famiglia “italiana” è impegnata in qualcosa di molto serio: sopravvivere a se stessa. Tra figli sessantenni che vogliono parcheggiare la madre e dinamiche domestiche che oscillano tra il grottesco e il già visto, la sensazione è che il vero genere del film non sia solo la commedia.
Qui Marra si diverte davvero.
Le famiglie non sono luoghi di affetto, ma archivi di errori.
Le famiglie non sono luoghi di affetto, ma archivi di errori.
C’è chi continua ad amare — ostinatamente, quasi per riflesso condizionato — e chi invece ha già compromesso tutto, soprattutto la vita dei figli, ma senza mai assumersene la responsabilità. Nessuno è davvero colpevole, ma nessuno è innocente: semplicemente, il danno è passato di mano in mano.
E la cosa più ironica è che tutto questo viene raccontato con leggerezza. Una leggerezza sospetta.
Il film funziona proprio quando sembra non voler funzionare: quando la battuta arriva fuori tempo, quando la scena si prolunga troppo, quando i personaggi insistono. È lì che emerge qualcosa di più preciso: un’idea di società che non crolla, ma si trascina.
E allora sì, si ride. Ma non è una risata liberatoria: è quella che fai quando riconosci qualcosa e preferiresti non averlo fatto.
Era è una commedia che finge di essere leggera.
Un teatro domestico dove il copione è già scritto, ma gli attori non lo sanno.
E soprattutto: un film che, senza dirlo esplicitamente, ti lascia con una domanda piuttosto scomoda: se chi tiene in piedi il mondo non siamo noi, cosa stiamo facendo esattamente mentre continuiamo a raccontarcelo?
Un teatro domestico dove il copione è già scritto, ma gli attori non lo sanno.
E soprattutto: un film che, senza dirlo esplicitamente, ti lascia con una domanda piuttosto scomoda: se chi tiene in piedi il mondo non siamo noi, cosa stiamo facendo esattamente mentre continuiamo a raccontarcelo?