Salta al contenuto
Ferine
2025 • 103 min

Ferine

1.5
🤍 IMDb

Synopsis

 Irene, collezionista d’arte proveniente da un ambiente privilegiato, non riesce a portare a termine le gravidanze e ricorre alla maternità surrogata. Dopo la morte della bambina Eva, sbranata da un giaguaro, qualcosa si spezza nel suo rapporto con il mondo. Il trauma innesca una metamorfosi che la porta a rifiutare progressivamente le convenzioni sociali, fino a trasformarsi in una creatura ferina. Quando incontra Giulia, una bambina proveniente da una situazione familiare difficile, fugge con lei, mentre la ricca collezionista di animali che ha introdotto il giaguaro nella sua vita cerca di catturarla e ricondurla alla condizione di bestia in cattività. 

Review

4 min read
Recensito da Beatrice · 27. October 2026
 L'uomo è in fondo un animale selvaggio e feroce. Noi lo conosciamo solo in quello stato di ammansimento e di domesticità che è detto civiltà: perciò ci spaventano le rare esplosioni della sua vera natura. Ma fate che vengano tolte le catene dell'ordine legale, e nell'anarchia l'uomo si mostrerà quale esso è. 

Arthur Schopenhauer 
L’ambiziosa citazione di aperture di Ferine, ci conduce subito su un terreno tracciato. 
Il film sembra voler sviluppare questa premessa attraverso la metamorfosi di Irene, artista che, dopo un trauma, abbandona progressivamente le convenzioni della civiltà per assecondare la propria natura animale. 
Ma cercare un significato a posteriori che permetta di salvare un film non equivale a riconoscere un'idea sufficientemente precisa da giustificare l'operazione cinematografica. L'ambiguità può essere produttiva; l'inconsistenza, invece, non diventa profondità per il solo fatto di assumere le sembianze dell'allegoria. 
Corsini cerca di contrappone la razionalità della civiltà alla ferinità repressa, facendo del trauma il detonatore di una liberazione che dovrebbe sottrarre Irene ai vincoli sociali. Il brutalismo architettonico, con le sue superfici di cemento e la sua geometria implacabile, traduce visivamente questa razionalità in una forma di prigionia. Interessante è soprattutto il contrasto fra gli ambienti: la casa della collezionista, contemporanea e funzionale, espressione di un potere che organizza e dispone, e quella di Dama, la trafficante di predatori esotici, classica, sontuosa, carica di una bellezza che appartiene a un ordine culturale apparentemente consolidato. Due spazi opposti, ma entrambi potenzialmente capaci di trasformarsi in gabbie. La civiltà non elimina la violenza, ma ne disciplina le forme e stabilisce chi possa esercitarla legittimamente. 
La trafficante possiede gli animali, li caccia, li cattura e Irene, ormai divenuta a sua volta una creatura da esibire, viene rinchiusa in una gabbia. Il potere economico può trasformare persino la ribellione in un oggetto da contemplare, classificare e possedere. Ma il rovesciamento rimane problematico: se la violenza del dominio non è più legittima di quella della bestia, ciò non significa che ogni gesto istintivo sia per questo emancipatorio. Irene uccide, aggredisce e divora; il trauma può spiegare la sua trasformazione, non assolverla. Il film sembra oscillare fra la denuncia della sopraffazione e una celebrazione dell'istinto che rischia di confondere l'autenticità con la distruzione di ogni limite. 
Anche il mondo dell'arte contemporanea offre materiale per una satira potenzialmente incisiva. Corpi feriti, carcasse squartate, sangue e performance sessuali compongono un universo in cui la trasgressione viene esibita come strumento di liberazione, ma resta protetta dalle convenzioni e dai privilegi di chi la mette in scena. L'arte pretende di infrangere i tabù mentre li trasforma in spettacolo. Quando Irene distrugge i quadri e irrompe  con una violenza non più simbolica, dovrebbe incrinare il dispositivo della provocazione istituzionalizzata. Eppure il film finisce per adottarne gli stessi meccanismi: accumula immagini estreme, corpi esposti e situazioni scioccanti, come se la trasgressione potesse sostituire il pensiero. 
La maternità introduce un'ulteriore contraddizione. Impossibilitata a portare a termine una gravidanza, Irene intraprende un percorso alternativo. La maternità, mediata inizialmente da procedure e accordi sociali, riemerge in una dimensione ferina, sottratta alle istituzioni. Si delinea così un possibile horror materno, nel quale la generazione coincide con una metamorfosi che mette in crisi l'idea stessa di umanità. Ma la conclusione lascia aperta una questione scomoda: Irene si emancipa davvero oppure, dopo aver rifiutato le convenzioni sociali, viene ricondotta a un destino biologico che il film sembra assumere come approdo naturale della sua trasformazione? 
Il problema è che queste intuizioni non trovano una struttura narrativa capace di sostenerle. Il giaguaro che compare in casa, i massacri, la cattura di Irene, la gabbia, la fuga e il parto finale si susseguono con una progressione che indebolisce la credibilità degli eventi e rende sempre più difficile distinguere il grottesco deliberato dal ridicolo involontario. Anche il motivo delle gabbie, pur coerente con l'impianto allegorico, viene ribadito fino a perdere incisività. Le ambientazioni restano l'elemento più convincente: gli spazi possiedono una presenza e un contrasto che il racconto non riesce a tradurre in altrettanta precisione. 
Ferine vorrebbe interrogare il confine fra civiltà e barbarie, fra liberazione e violenza, fra il corpo come oggetto di controllo e il corpo che si sottrae a ogni disciplina. Ma non basta invertire i segni della gerarchia, fare della bestia una vittima e dell'essere umano il vero mostro, per produrre una riflessione. Quando l'allegoria precede i personaggi e ogni evento sembra concepito per illustrare una tesi già dichiarata, l'ambiguità si riduce a indeterminatezza e la provocazione a maniera. Il film finisce così per riprodurre ciò che sembra voler criticare: la trasformazione del vivente in spettacolo, consumato attraverso immagini sempre più estreme. Una contraddizione che avrebbe potuto diventare il suo centro critico, ma che rimane, come molte altre, priva di una forma cinematografica capace di renderla davvero produttiva. 
 
La civiltà è un sottile strato di ghiaccio che si estende sopra un profondo oceano di oscurità e di caos. 

Werner Herzog 

Potrebbe interessarti

More to explore