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Dio ride
2026 • 114 min

Dio ride

3.5
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Synopsis

 Nella Toscana del Seicento, fra Leopoldo da Casamacchia, frate analfabeta dalla fede contagiosa e dal linguaggio popolare, racconta il Vangelo con ironia e leggerezza, conquistando un pubblico sempre più numeroso. Ma un Dio raccontato con il sorriso, capace di avvicinare le persone anziché intimidirle, diventa una minaccia per una Chiesa che fonda la propria autorità sul dogma e sul timore. Il cardinale Maculani, inquisitore incaricato di esaminare il caso, si trova così di fronte a un uomo che mette in discussione certezze apparentemente incrollabili. Fra coloro che ascoltano il frate c'è Isabella, una giovane contessa prigioniera di un matrimonio violento, che nei suoi racconti trova la possibilità di immaginare una vita diversa. Il confronto fra fede e potere finirà per mettere alla prova non soltanto la libertà del frate, ma anche quella di chi, per la prima volta, comincia a dubitare della propria condizione. 

Review

7 min read
Recensito da Beatrice · 26. October 2026
 Il riso deve rispondere a certe esigenze della vita in comune. Il riso deve avere un significato sociale 
Henri Bergson 

Si entra in Dio ride, di Giovanni Veronesi, con una certa diffidenza, forse persino con l'intenzione di sorridere del suo protagonista, di prendere le distanze da un racconto religioso che rischia di apparire ingenuo. Poi il film, quasi senza accorgersene, ci sottrae quella posizione: ci avvolge e ci conduce in un territorio più inquieto, dove la fede smette di essere una questione dottrinale e diventa un conflitto interiore, politico ed esistenziale. Perché il problema non è soltanto credere in Dio, ma stabilire chi abbia il diritto di parlarne, di interpretarlo e, soprattutto, di decidere quale sia il modo legittimo di farlo. 

Fra Leopoldo non predica nel senso istituzionale del termine: racconta. Non sa leggere né scrivere, ma possiede una capacità di comunicazione che sfugge ai custodi della parola ufficiale. Nei suoi racconti, le Scritture perdono la rigidità del testo sacro per ritrovare qualcosa della loro originaria forza narrativa: diventano storie da ascoltare, da comprendere, persino da ridere. La sua non è una fede meno profonda perché meno solenne; è una fede che non ha bisogno di intimidire per essere credibile. E proprio questa semplicità costituisce la sua eresia. 

Da Dio ride a Fuori, la reclusione rivela il volto di una società che confonde la punizione con la cura e la devianza con una colpa da espiare. Nel film di Veronesi, una donna viene rinchiusa perché giudicata peccatrice e privata persino del legame con il figlio; in Fuori di Martone, il carcere diventa uno spazio paradossale nel quale possono emergere relazioni e forme di solidarietà negate dal mondo esterno. Da Dio ride a Fuori, la reclusione rivela il volto di una società che confonde la punizione con la cura e la devianza con una colpa da espiare.  In entrambi, il riconoscimento dell'altro comincia quando si sospende il giudizio che lo ha trasformato in un caso da correggere, un corpo da contenere, un'esistenza da amministrare. La scena della donna che ride dopo essere stata lavata da Leopoldo ne è la manifestazione più sconvolgente: prima ancora della libertà, ciò che le viene restituito è la possibilità di tornare a essere una persona fino ad un gesto imprevedibile e sconvolgente. Una scena fa venire i brividi: è come se qualcosa, dentro di lei, avesse ceduto per poi rianimarsi e reagire alla vita. La scena mostra cosa può accadere quando un essere umano, trattato a lungo come un animale, viene finalmente riconosciuto. E denuncia una società che trasforma la diversità, la presunta follia e il peccato in ragioni sufficienti per privare qualcuno della libertà. 

Il film individua così una contraddizione che attraversa la storia delle istituzioni religiose: quando la difesa di Dio diventa soprattutto difesa del potere esercitato in suo nome, la fede rischia di trasformarsi nel proprio contrario. Non è necessario negare Dio per mettere in crisi la Chiesa; a volte basta restituirlo alle persone, sottraendolo a chi pretende di amministrarne in esclusiva la parola. 

Il riferimento esplicito a Galileo Galilei assume, in questa prospettiva, un significato che va oltre la consueta opposizione fra scienza e religione. Il cannocchiale è lo strumento di uno sguardo che non accetta più di limitarsi a ciò che l'autorità dichiara visibile. L'eresia non consiste soltanto nelle scoperte astronomiche, ma anche nel gesto di osservare direttamente, verificare, guardare dove non si dovrebbe. È il diritto di esercitare il proprio sguardo senza chiedere preventivamente il permesso a chi stabilisce che cosa sia lecito vedere. E sullo sfondo si affaccia inevitabilmente Giordano Bruno, arso a Campo de' Fiori nel 1600: la memoria di chi ha pagato con la vita la distanza fra il pensiero colto e geniale e l'ortodossia. Due figure diverse, accomunate dal conflitto con un'autorità che non tollera facilmente ciò che eccede i confini da essa tracciati. 

Non meno significativa è la battuta del cardinale Maculani sui preti: sono stupidi, dice, perché credono soltanto in Dio o in Satana. È un'affermazione brutale, ma proprio per questo illuminante. Fra il bene e il male esiste una zona sterminata di contraddizioni, ambiguità, desideri, fragilità e dubbi che nessuna classificazione riesce a esaurire. Ridurre l'esperienza umana a un'alternativa assoluta significa rinunciare a comprenderla. E una Chiesa incapace di abitare questa complessità finisce per confondere la difesa della verità con la repressione di tutto ciò che non sa interpretare. 

È attraverso Isabella che il discorso religioso acquista una concretezza ancora più radicale. La contessa non è soltanto una donna infelice che cerca consolazione: è una donna il cui corpo è stato trasformato dal marito in uno strumento di riproduzione. La sessualità coniugale, privata di desiderio e consenso, diventa una forma di violenza legittimata dal matrimonio e dall'ordine sociale. Il marito vuole un erede; non sembra interessargli la donna che dovrebbe generarlo. Isabella, invece, desidera mettere al mondo un figlio che non debba crescere dentro la stessa logica di dominio. 

Nei racconti di Leopoldo, Isabella incontra qualcosa che non aveva trovato né nel matrimonio né nell'ambiente aristocratico: una possibilità di pensare altrimenti. Non sono le prediche a liberarla, ma una parola capace di raggiungerla senza giudicarla. La fede, qui, non prescrive obbedienza; apre uno spazio mentale dal quale può diventare possibile anche una fuga concreta. La contessa, apparentemente fragile, scopre che la libertà comincia quando si smette di considerare naturale ciò che ci viene imposto. 

È uno dei passaggi più interessanti del film, anche se il personaggio di Isabella avrebbe meritato forse maggiore approfondimento. La sua vicenda mostra infatti che il potere non si esercita soltanto nei tribunali dell'Inquisizione o nei palazzi pontifici: agisce anche dentro le mura domestiche, attraverso istituzioni che trasformano la subordinazione in dovere e la violenza in diritto. La stessa logica che pretende di stabilire quale Dio sia lecito raccontare pretende di stabilire quale vita una donna debba accettare. 

Il titolo, Dio ride, contiene allora la chiave dell'intero film. Siamo abituati a immaginare un Dio che osserva, giudica e contabilizza le nostre colpe; un'autorità suprema davanti alla quale ogni gesto deve essere giustificato. Veronesi suggerisce invece una possibilità diversa: un Dio capace di ridere, non necessariamente degli uomini, ma insieme a loro e forse anche delle loro pretese di assolutezza. Un Dio che non si sente minacciato dalla risata, perché non ha bisogno di difendere la propria autorità. A essere minacciato è piuttosto chi ha costruito sulla serietà, sulla paura e sul senso di colpa il proprio potere. 

La risata di Leopoldo non è una fuga dalla profondità della fede. È il modo in cui la fede torna umana, si libera della posa sacrale e accetta di abitare le contraddizioni dell'esistenza. Il riso relativizza le gerarchie, incrina le certezze, restituisce alle persone il diritto di non essere soltanto peccatori davanti a un giudice invisibile. E soprattutto ricorda che il sacro non coincide necessariamente con ciò che è solenne: può manifestarsi anche nella gioia, nell'imprevisto, nella capacità di non prendersi sempre terribilmente sul serio. 
Il merito di Dio ride è portarci, attraverso un racconto accessibile e interpretazioni convincenti, a una questione che non riguarda soltanto il Seicento. Le istituzioni cambiano, ma la tentazione di reprimere ciò che non si riesce a controllare rimane. E rimane la difficoltà di distinguere la fedeltà a un principio dalla fedeltà a chi pretende di esserne il proprietario. 

Alla fine, la domanda non è se si possa ridere di Dio, ma perché qualcuno abbia bisogno di impedirlo. Se Dio è davvero onnipotente, di che cosa dovrebbe avere paura. Forse il riso è eretico soltanto per chi ha confuso il divino con il proprio potere. E forse quel Dio che ride, guardandoci affannati a separare il bene dal male, i giusti dagli eretici, i puri dagli impuri, ride proprio della nostra ostinazione a semplificare ciò che non sappiamo comprendere. 
Un Dio che ride non assolve tutto: semplicemente, non ha bisogno di condannare tutto per esistere. 
 
L'umorismo è l'ultimo stadio della consapevolezza esistenziale prima della fede. 
Søren Kierkegaard 

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