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Fjord
2026 • 146 min

Fjord

4.5
Questo film è stato presentato a
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Synopsis

 Mihai e Lisbet Gheorghiu, coppia rumeno-norvegese profondamente religiosa, si trasferiscono con i loro cinque figli in un piccolo villaggio della Norvegia, dove entrano in relazione con una comunità apparentemente accogliente. I bambini stringono amicizia con quelli dei vicini, ma le differenze educative e culturali che inizialmente sembrano conciliabili diventano progressivamente motivo di sospetto. Quando a scuola vengono notati dei lividi sul corpo di Elia, la figlia adolescente, si apre un'indagine sulle pratiche educative della famiglia. Quello che segue è un confronto sempre più teso fra convinzioni religiose, concezioni dell'infanzia e potere delle istituzioni, destinato a mettere in discussione non soltanto il destino di una famiglia, ma anche i criteri attraverso cui una società stabilisce ciò che è accettabile e ciò che non lo è. 

Review

7 min read
Recensito da Beatrice · 19. October 2026
 La conoscenza umanizza gli uomini e la ragione li rende più miti, ma i pregiudizi estirpano ogni disposizione alla tenerezza. 
Montesquieu 

«Qui non c'è Dracula». È con questa battuta che Fjord apre il proprio universo morale: il dirigente scolastico accoglie i bambini appena arrivati con una rassicurazione che vorrebbe essere scherzosa, amichevole, persino inclusiva. Ma che cosa rende possibile una battuta del genere? Quale immaginario evoca, quale distanza culturale presuppone, quale pregiudizio può nascondere dietro la cordialità? In pochi istanti, Cristian Mungiu introduce una delle questioni fondamentali del film: il confine, tutt'altro che evidente, fra ciò che consideriamo normale o no. Anche l'accoglienza, insomma, può contenere una forma inconsapevole di superiorità. 

Da questo momento, per 146 minuti che scorrono con una tensione sorprendente, Fjord sottopone lo spettatore a un esercizio di instabilità intellettuale. Ogni scena sembra offrire elementi sufficienti per formulare un giudizio, salvo poi introdurne altri che ne incrinano la sicurezza. Non si tratta semplicemente di osservare un conflitto fra due culture, ma di scoprire quanto sia difficile sottrarsi alla propria quando si pretende di giudicare quella altrui. 

I Gheorghiu sono una famiglia numerosa, governata da una religiosità rigorosa che organizza la quotidianità, disciplina i comportamenti e attribuisce alla Bibbia un'autorità decisiva. Mihai, ingegnere aeronautico, applica all'educazione dei figli la stessa meticolosità con cui sembra concepire il proprio lavoro, una sorta di programmazione software; Lisbet, cresciuta in Norvegia, è una donna dedita alla cura degli altri, impegnata anche nell'assistenza ai corpi dei deceduti prima della inumazione. In questa famiglia convivono dunque una disciplina severa e una pratica della dedizione, un sistema di regole che può apparire repressivo e una forma di attenzione concreta verso gli altri. Mungiu non cancella le contraddizioni, né le dispone secondo una gerarchia rassicurante: le lascia esistere, affinché sia lo spettatore a misurarsi con esse. 

Quando emergono i sospetti sulle punizioni fisiche inflitte ai bambini, il sistema di convinzioni della famiglia entra in collisione con quello della società che la ospita. Le istituzioni sono chiamate a intervenire, la protezione dei minori diventa una questione pubblica e ciò che accade fra le mura domestiche cessa di appartenere esclusivamente alla sfera privata. Ma il passaggio dalla preoccupazione all'accertamento, e dall'accertamento alla condanna, non è così lineare come vorremmo credere. 

Mungiu non trasforma gli interrogativi in un'indagine a soluzione obbligata. Il suo interesse non consiste nel consegnarci una sentenza definitiva, ma nel rendere progressivamente più difficile pronunciarne una. La tensione nasce proprio da questa sospensione: lo spettatore è continuamente spinto a prendere posizione, ma non gli viene concesso il conforto di una prospettiva che renda superfluo il dubbio. Il film diventa così un dispositivo di interrogazione morale nel quale nessuno può limitarsi a osservare il conflitto dall'esterno. Anche chi guarda è chiamato a rispondere delle proprie reazioni, delle proprie associazioni immediate, delle categorie che adopera senza averne verificato i presupposti. 

Il punto non è sostenere che ogni giudizio sia illegittimo, né che tutte le posizioni abbiano lo stesso valore. Le convinzioni religiose non rendono automaticamente accettabili le pratiche educative che ne possono derivare; allo stesso modo, il richiamo ai diritti e alla protezione dell'infanzia non rende automaticamente infallibili coloro che li amministrano. Esiste una differenza fra riconoscere la necessità di valutare una condotta e presumere di possedere, in virtù della propria appartenenza culturale, un criterio sottratto a ogni possibile revisione. È precisamente in questa differenza che Fjord colloca il proprio terreno più insidioso. 

La famiglia Gheorghiu porta con sé un universo di valori nel quale l'autorità genitoriale, l'obbedienza e la disciplina sono legittimate da un ordine religioso. La comunità norvegese, invece, si riconosce in un sistema che rivendica la libertà individuale, i diritti dei minori e la responsabilità delle istituzioni. Il conflitto sembra dunque configurarsi come uno scontro fra tradizione e modernità, fra fede e laicità, fra un modello educativo conservatore e uno progressista. Ma Mungiu incrina proprio la comodità di questa opposizione: il progressismo, quando smette di interrogare i propri presupposti, può trasformarsi in una dottrina altrettanto impermeabile al dubbio e una società che si considera emancipata da ogni dogma religioso non è necessariamente immune da altri presupposti. 

Il fondamentalismo, suggerisce il film, non coincide necessariamente con il contenuto di una credenza. Può riguardare anche il rapporto che intratteniamo con essa: la pretesa che i nostri principi costituiscano un'evidenza indiscutibile, che la nostra idea di bene sia già sufficientemente fondata da autorizzarci a stabilire quella altrui. Esiste un fondamentalismo religioso, ma è possibile riconoscere anche una rigidità laica che, pur facendo riferimento a valori differenti, finisce per riprodurre la medesima struttura: una verità data per acquisita, un sistema di appartenenza, una distinzione netta fra chi è dalla parte giusta e chi deve essere corretto, contenuto o escluso. 

La superiorità morale è tanto più difficile da riconoscere quanto più si presenta sotto le sembianze di una virtù. Chi si ritiene depositario della ragione non si percepisce come portatore di un pregiudizio, perché identifica la propria prospettiva con la neutralità stessa. 

È qui che Fjord acquista una portata propriamente filosofica. Il problema non è soltanto che cosa sia giusto, ma da dove provenga la nostra idea di giustizia. Non soltanto che cosa sia vero, ma quali condizioni ci consentano di riconoscere qualcosa come vero. E ancora: che cosa ci autorizza a giudicare.  
Il film non invita a sospendere ogni valutazione in una sorta di relativismo assoluto. Una simile conclusione sarebbe soltanto un'altra scorciatoia, il modo più semplice per sottrarsi alla responsabilità di distinguere. Ciò che mette in crisi è piuttosto l'automatismo con cui passiamo dall'adesione a un principio alla convinzione di possedere già tutte le risposte necessarie per applicarlo. Fra il relativismo, che dissolve ogni differenza, e il dogmatismo, che pretende di averle già risolte, rimane uno spazio più scomodo: quello dell'esame, della verifica, della disponibilità a mettere in discussione anche le convinzioni che ci sembrano più solide. 

La tensione del film si alimenta proprio di questo spazio. La durata non pesa perché ogni passaggio aggiunge un elemento all'incertezza, spostando continuamente il punto da cui guardiamo gli eventi. La regia di Mungiu, rigorosa e poco incline a offrire facili valvole di sfogo, non permette allo spettatore di rifugiarsi nella distanza rassicurante di chi assiste a una vicenda altrui. La questione non resta confinata alla famiglia rumeno-norvegese, alle sue convinzioni o alle procedure delle istituzioni. Si allarga fino a coinvolgere chiunque abbia mai scambiato la familiarità con una norma per una dimostrazione della sua validità, o la propria appartenenza a una cultura per una garanzia di superiorità. 

A incrinare la contrapposizione fra i due universi culturali interviene Noora, la figlia del dirigente scolastico, attraverso il rapporto che costruisce con Elia ed Emmanuel. L'amicizia e l'attrazione fra gli adolescenti introducono una prospettiva diversa da quella degli adulti: le differenze educative e religiose non scompaiono, ma non impediscono la vicinanza, né determinano necessariamente il modo in cui ciascuno guarda l'altro. La loro relazione mette così alla prova le categorie con cui le rispettive famiglie interpretano il mondo. 
Un'altra frattura si apre con il suicidio, che costringe Lisbet a confrontarsi con una realtà difficile da integrare nella propria visione religiosa. Se la vita è un dono sacro, come comprendere la scelta di sottrarvisi? La donna, che accompagna le persone nella morte attraverso il proprio lavoro di cura, si trova davanti a una contraddizione che la fede non risolve automaticamente. Anche questo passaggio sottrae le convinzioni alla loro apparente stabilità: non basta aderire a un sistema di valori perché ogni esperienza trovi al suo interno una spiegazione. 

Il discorso di Fjord si riallaccia ad Animali selvatici dello stesso Mungiu, dove la diffidenza nei confronti dello straniero rivela quanto l'identità collettiva si costruisca attraverso pregiudizi e appartenenze, e a Dogville di Lars von Trier, che smaschera la violenza nascosta dietro la presunta virtù di una comunità. Fjord sposta ulteriormente il problema: non mette in discussione soltanto il pregiudizio rivolto all'altro, ma anche la convinzione di essersene emancipati. Perché il pregiudizio più insidioso potrebbe essere proprio quello di chi è convinto di averlo superato. 

Mungiu ha il grande merito di lasciare  aperta la questione da cui tutto ha origine: quando giudichiamo gli altri, alla luce di quali criteri lo facciamo e che cosa ci autorizza a considerarli indiscutibili? È questa domanda, più della risposta, a dare forma a Fjord. 

Non esiste pregiudizio più forte di quello che nasce dalla convinzione di esserne esenti. 
William Hazlitt 
 

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