2025 • 103 min
Era meglio domani
C'était mieux demain
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Synopsis
Francia, anni Cinquanta. Hélène e Michel conducono un'esistenza ordinata, prevedibile, consolante nella sua immobilità: lei in cucina, lui al centro del mondo. Un giorno — senza preavviso, senza manuale di istruzioni, senza nemmeno un portale degno di questo nome — l'intera famiglia viene catapultata nel 2025. Stesso paese, stessa nazione, stessa lingua. Eppure: un pianeta alieno. Michel assiste con crescente sgomento al collasso sistematico di ogni suo privilegio. Hélène, invece, scopre con stupore e poi con euforia crescente che il futuro aveva scritto il suo nome a caratteri cubitali su ogni riforma sociale degli ultimi settant'anni. I figli navigano nel caos digitale con l'allegra nonchalance dei nativi smarriti. La famiglia non si è spostata nello spazio — si è spostata nella storia. E non tutti i viaggiatori trovano la stessa destinazione.
Review
4 min read
Recensito da Beatrice
· 12. April 2026
Non è il tempo che passa. Siamo noi che passiamo.
— Jorge Luis Borges
C'è una domanda che nessun esistenzialista ha mai avuto il coraggio di porre con sufficiente ironia: e se il tempo non fosse il problema di tutti, ma il problema di ciascuno? Vinciane Millereau, regista belga-francese con il fiuto per le commedie che fanno ridere e poi lasciano una scomoda sedimentazione interiore, la pone nel modo più efficace possibile: sbattendo una famiglia degli anni Cinquanta nel bel mezzo del 2025 senza alcun riguardo per il loro sistema nervoso.
Era meglio domani — titolo che è già di per sé un ossimoro temporale degno di Borges — funziona come speculare negativo di Pleasantville (Gary Ross, 1998), quel capolavoro sottovalutato che spediva due adolescenti contemporanei negli abissi patinati del bianco e nero televisivo americano. Ross mandava i suoi protagonisti indietro, nel passato idealizzato e soffocante degli anni Cinquanta, e osservava come il colore — inteso come metafora dell'autenticità, del desiderio, della coscienza critica — irrompesse lentamente nel grigio dell'obbedienza collettiva. Millereau compie il movimento inverso, e per questo il suo film è, in un certo senso, ancora più spietato: non importa come si chiami il viaggio, il risultato è sempre lo stesso — qualcuno si salva e qualcuno resta a guardare il treno partire.
Elsa Zylberstein incarna Hélène con una grazia che si trasforma davanti ai nostri occhi da accomodante sottomissione domestica a stupore rovesciato, quasi bambinesco, di fronte a un mondo che — incredibilmente — sembra costruito anche per lei. La sua è una rinascita involontaria: nessuno le aveva chiesto se voleva i diritti, eppure eccoli lì, ad aspettarla come un pacco fermo in posta. La traiettoria del personaggio è la vera spina dorsale narrativa del film: non è la storia di chi vince qualcosa, ma di chi trova qualcosa che non sapeva di aver perso — o meglio, che non aveva mai avuto.
Didier Bourdon, dal canto suo, offre una delle interpretazioni comicamente più strazianti che il genere richiede: Michel non è un villain, ed è proprio questa la sua condanna estetica. È un uomo convinto in buona fede di essere nel giusto, di occupare il posto che gli spetta, di esercitare un potere che confonde serenamente con l'ordine naturale delle cose. Il 2025 non lo punisce — lo priva semplicemente del fondale. E senza fondale, il protagonista diventa comparsa nella propria storia. Kafkianamente, il suo terrore principale non è il futuro in sé, ma il fatto che il futuro abbia smesso di avere bisogno di lui se non per cose che ritiene non pertinenti ad un maschio.
Qui sta la differenza strutturale con Pleasantville, e il contributo più interessante che il film porta in modo più radicale alla riflessione sul genere: nel film di Ross, il passato era un luogo da liberare, una prigione esteticamente impeccabile ma senza pathos. In Era meglio domani, il futuro non è un luogo di arrivo ma uno specchio. Ciò che rivela non è il progresso in sé — con tutti i suoi smartphone, la sua cancel culture, i suoi pronomi negoziabili, i suoi avocado toast e le sue centrifughe al cetriolo— ma il contrasto impietoso tra chi aveva già tutto e lo ha perduto, e chi non aveva nulla e ha trovato, finalmente, una stanza con il proprio nome sulla porta.
Il film non è privo di ingenuità. Alcune gag sullo choc culturale restano in superficie, mentre in Pleasantville tutto va in profondità, e certi meccanismi comici scelgono la via della risata immediata piuttosto che quella, più rischiosa e più fruttuosa, del disagio riflessivo. Ma quando funziona — e funziona spesso — lo fa perché Millereau non giudica nessuno dei suoi personaggi: li osserva, li lascia sbagliare, li lascia scoprire. E questo sguardo non condannante su un'epoca e i suoi fantasmi è, in fondo, la cosa più civilmente onesta che un film su questi temi potesse permettersi.
Non è irriverente fare un riferimento alla serie tv, grottesca e delirante di Maccio Capotonda Sconfort Zone, dove si indaga se sia possibile reiventarsi davvero e se il cambiamento radicale significhi “uccidere” la versione precedente di sé, dove il terrore non è il futuro ma smettere di essere chi si è sempre stati.
Era meglio domani non è Pleasantville, e probabilmente non vuole esserlo. È qualcosa di più piccolo e di più diretto, una commedia popolare con ambizioni dichiarate ma non sempre mantenute. Eppure — e questo è il suo merito autentico — pone la domanda giusta: per chi era meglio, ieri? E lascia al pubblico il compito, non banale, di rispondere in silenzio.
Un viaggio nel futuro che serve soprattutto a capire il passato. E chi ci stava dentro.
Mi ci è voluta una vita intera per capire cosa volevo. Per fortuna la vita è lunga.
— Simone de Beauvoir