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Shame and Money
2026 • 130 min

Shame and Money

4.0
Questo film è stato presentato a
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Synopsis

 Shaban vive in Kosovo con la moglie Hatixhe, le tre figlie e la famiglia d’origine. Il lavoro agricolo garantisce un’esistenza modesta, ma un equilibrio relativamente autonomo, fino a quando il tradimento del fratello lo priva delle risorse necessarie per sopravvivere. Costretti a trasferirsi a Pristina, Shaban e Hatixhe entrano in un mondo nel quale il lavoro è precario, sottopagato e subordinato all’arbitrio di chi dispone del denaro. Fra impieghi occasionali, aiuti familiari che diventano strumenti di dipendenza e umiliazioni quotidiane, la coppia tenta di preservare ciò che resta della propria identità. 

Review

9 min read
Recensito da Beatrice · 29. October 2026
 
La vergogna è un lusso. 
 
È questa la premessa, tanto semplice quanto spietata, da cui prende forma Shame and Money, il film di Visar Morina. Quando la necessità di sopravvivere impone di accettare qualsiasi condizione, anche l’umiliazione diventa una prestazione da mettere in conto. Non ci si può permettere il privilegio di sentirsi offesi, perché rifiutare un lavoro, contestare un abuso o sottrarsi alla volontà di chi paga può significare perdere anche quel poco che resta. La povertà non sottrae soltanto denaro: restringe progressivamente la possibilità di scegliere come stare al mondo. 
 
Morina costruisce questo processo senza trasformarlo in una dimostrazione sociologica né in un atto d’accusa declamato. La regia è austera, la scrittura procede per sottrazione, le interpretazioni evitano ogni sottolineatura superflua. È un film che si fida delle immagini, dei silenzi, delle frasi pronunciate quasi incidentalmente e delle reazioni che non arrivano. Proprio questa rinuncia a spiegare tutto permette di comprendere molto. L’alienazione non viene presentata come una categoria astratta, ma come un’esperienza quotidiana: dover chiedere, aspettare, obbedire, rendersi disponibili, ingoiare l’umiliazione perché non esistono alternative praticabili. 
 
Il trasferimento a Pristina segna il passaggio da una condizione di relativa autonomia a una dipendenza sempre più pervasiva. Shaban, abituato a riconoscersi nel lavoro e nella capacità di provvedere alla famiglia, si ritrova costretto ad accettare impieghi occasionali e condizioni che contraddicono l’immagine che aveva di sé. La sua è una forma estrema di alienazione occupazionale: il lavoro, anziché garantire indipendenza e identità, diventa il dispositivo attraverso cui entrambe vengono erose. Si lavora per sopravvivere, ma la sopravvivenza richiede di rinunciare ogni giorno a una parte di sé. 
 
A rendere il film particolarmente incisivo è il modo in cui questa subordinazione si estende anche alle relazioni familiari. Alban, il marito di Adelina, sorella di Hatixhe, appartiene a un mondo economicamente più solido, nel quale il denaro e la proprietà conferiscono il potere di stabilire le condizioni dei rapporti. Nella lussuosa casa Hatixhe si occupa del padre disabile di Alban, svolgendo un lavoro di cura indispensabile, ma inserito in una relazione di dipendenza che non le restituisce un’autentica autonomia. L’aiuto familiare non è semplicemente un gesto di solidarietà: diventa anche uno strumento attraverso cui si definiscono ruoli, obblighi e gerarchie. 
 
Alban non è significativo soltanto perché dispone di più risorse, ma perché può esercitare il potere che ne deriva senza doverlo necessariamente riconoscere come tale. La sua posizione gli consente di concedere, richiedere, stabilire limiti e ricordare agli altri quale sia il loro posto. «Ogni cosa ha il suo posto, anche le persone»: la frase condensa una visione del mondo in cui la gerarchia sociale assume l’apparenza di un ordine naturale. Le persone, come gli oggetti, vengono collocate in una posizione determinata; chi ha il potere di assegnarla può presentare la subordinazione altrui come qualcosa di ovvio, persino ragionevole. 
 
È qui che la vicenda di Hatixhe acquista una rilevanza autonoma. La sua esperienza non è una semplice appendice a quella del marito. Il lavoro domestico e di cura, spesso invisibile proprio perché svolto all’interno della famiglia, mostra un’altra faccia dell’alienazione: quella di chi deve essere utile, accudire, adattarsi e rispondere alle necessità degli altri senza poter facilmente separare il proprio valore personale dalle prestazioni che offre. Anche quando il lavoro è indispensabile, chi lo svolge può rimanere in una posizione subordinata. Hatixhe è intrappolata in una contraddizione precisa: contribuisce concretamente al funzionamento della famiglia che la accoglie, ma questa stessa dipendenza limita la sua possibilità di sottrarsi alle condizioni imposte. 
 
La casa, in questo sistema, non è necessariamente un luogo di protezione. È anche una proprietà che può essere concessa o negata, uno spazio in cui si decide chi è ammesso e chi deve restare fuori. «Non tornare a casa mia un’altra volta»: la frase trasforma l’appartenenza in una concessione revocabile. Chi non possiede nulla può essere escluso persino dagli ambienti nei quali ha lavorato, prestato aiuto o cercato riparo. La sicurezza dipende dalla volontà di chi detiene le chiavi, e la gratitudine rischia di diventare l’obbligo permanente di chi riceve. 
 
In questo senso, Shame and Money racconta qualcosa che supera ampiamente la specificità del contesto kosovaro. La precarietà del lavoro, la svalutazione delle competenze, la subordinazione economica e la progressiva perdita di controllo sulla propria esistenza sono fenomeni riconoscibili ben oltre i confini del Paese. Il film non ha bisogno di universalizzare artificialmente la vicenda: è la concretezza delle situazioni a renderla emblematica. La condizione di Shaban e Hatixhe appartiene a un mondo nel quale il lavoro non assicura più necessariamente dignità e autonomia, mentre la possibilità di sottrarsi a un rapporto ingiusto dipende dalla disponibilità di risorse che proprio quel rapporto impedisce di accumulare. 
 
Anche lo spazio urbano partecipa a questa contraddizione. La statua di Bill Clinton a Pristina, simbolo della liberazione e dell’intervento statunitense nella storia recente del Kosovo, si trova nei pressi di uomini in attesa di essere ingaggiati per una giornata di lavoro. La distanza fra il monumento e quei corpi in cerca di un salario introduce un’ironia politica che il film non ha bisogno di esplicitare. Alla promessa di liberazione nazionale si affianca una forma di schiavitù economica che continua a organizzare la vita quotidiana. Essere liberi come cittadini non significa necessariamente esserlo nelle condizioni materiali della propria esistenza. 
 
La stessa contraddizione si ritrova a Marigona Hill, il complesso residenziale di lusso nel quale Shaban trova lavoro come guardiano. Qui le strade sono pulite, i giardini curati, le abitazioni protette e ordinate. È un ambiente nel quale ogni cosa sembra effettivamente avere il proprio posto. Ma quell’ordine dipende anche dal lavoro di persone che non partecipano in condizioni di parità al benessere che contribuiscono a mantenere. Shaban sorveglia uno spazio privilegiato dal quale rimane, in quanto lavoratore precario, economicamente e socialmente distante. La pulizia e la tranquillità del luogo non cancellano il conflitto: lo rendono meno visibile. 
 
La progressiva trasformazione di Shaban trova la sua espressione più potente nel volto di Astrit Kabashi, protagonista di una prova attoriale straordinaria. Il suo viso registra ciò che il personaggio fatica a formulare: lo smarrimento, la mortificazione, la tensione trattenuta di chi cerca ancora di conservare un’immagine di sé mentre le circostanze la rendono sempre meno sostenibile. Quando è Shaban a confessare di non sapere più chi sia, di non vedersi e di non riconoscersi, il film raggiunge il suo nucleo più radicale. Non si tratta semplicemente di una crisi di autostima. È la frattura fra ciò che credeva di essere e ciò che le condizioni materiali lo costringono a diventare. 
 
Shaban viene progressivamente privato proprio di ciò attraverso cui riconosceva il proprio valore. Non è soltanto un uomo impoverito: è un uomo che non riesce più a ritrovare se stesso nelle proprie azioni né nello sguardo degli altri, una forma di espropriazione dell’identità. 
Il titolo accosta due termini che il film mette continuamente in relazione: il denaro determina le condizioni della sopravvivenza, mentre la vergogna registra il costo umano di quelle condizioni. Ma quando non ci si può permettere di rifiutare, neppure la vergogna può diventare una forma di resistenza. 
 
Il parallelismo con Sorry We Missed You di Ken Loach è evidente nel modo in cui il lavoro invade la vita privata fino a comprometterla. In entrambi i film, l’uomo che dovrebbe garantire il sostentamento della famiglia finisce intrappolato in un sistema che lo priva progressivamente di autonomia e controllo sulla propria esistenza, mentre il lavoro di cura della donna resta sottopagato o invisibile. Ma dove Loach mostra la macchina dello sfruttamento attraverso tempi, consegne e prestazioni, Morina si concentra su ciò che quel sistema produce nell’individuo: la perdita di dignità e, per Shaban, la difficoltà di riconoscersi ancora nell’uomo che è diventato. 
 
Morina non semplifica questa progressione in una traiettoria lineare, né trasforma la disperazione in un gesto eroico. Alcuni passaggi restano ambigui, sospesi fra ciò che accade e ciò che il personaggio immagina o racconta, e proprio questa incertezza impedisce di ridurre la sua crisi a una spiegazione univoca. La violenza che affiora non è un’improvvisa anomalia individuale separata dal contesto: si inserisce in una pressione che restringe progressivamente lo spazio delle possibilità, senza per questo diventare automaticamente giustificabile. Il film lascia che sia lo spettatore a misurare la distanza fra la necessità di comprendere un uomo e la tentazione di giudicarlo. 
 
La qualità di Shame and Money risiede anche in ciò che rifiuta. Non offre personaggi trasformati in portavoce di una tesi, non distribuisce facili assoluzioni e non cerca di commuovere attraverso l’insistenza. La sceneggiatura lavora per sottrazione, le interpretazioni mantengono una misura rigorosa, la regia lascia emergere il significato dalle situazioni. Anche la dimensione politica si costruisce senza slogan: prende forma nella distanza fra chi può concedere un lavoro e chi deve accettarlo, fra chi possiede una casa e chi rischia di esserne allontanato, fra chi può permettersi di imporre condizioni e chi non può permettersi di rifiutarle. 
 
La vergogna, allora, non è soltanto un sentimento individuale. È anche il prezzo che un sistema scarica su chi si trova nella posizione più debole, chiedendogli di sopportare in silenzio ciò che non avrebbe accettato in condizioni di libertà. Il denaro non compra semplicemente beni o servizi: può comprare disponibilità, obbedienza e persino la rinuncia a riconoscersi. È questo il massimo dell’alienazione occupazionale raccontato dal film: lavorare per conservare la propria esistenza e, nel farlo, perdere progressivamente la possibilità di riconoscersi in essa. 
 
Shame and Money è un film bellissimo, di una precisione rara, perché sa costruire le condizioni per comprendere ciò che normalmente viene liquidato come una questione individuale: la povertà, la vergogna, il fallimento, la perdita di sé. Dietro ciascuna di queste parole ci sono rapporti di potere, condizioni materiali e possibilità negate. E c’è un uomo il cui volto, quasi senza bisogno di parole, racconta il momento in cui la sopravvivenza smette di essere soltanto una lotta per vivere e diventa una lotta per non scomparire a se stessi. 
 
 
Il lavoratore diventa tanto più povero quanto più ricchezza produce. 
Karl Marx 

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