Synopsis
In una splendida villa isolata, una coppia sposata da oltre vent'anni conduce una relazione regolata da un singolare patto di libertà, che consente soprattutto a lui di invitare altre donne in casa. Quello che dovrebbe essere un gioco privo di implicazioni sentimentali diventa progressivamente una fonte di tensione, mettendo in crisi gli equilibri familiari e il rapporto con i figli. Quando un episodio che coinvolge la salute della donna fa emergere il disagio che attraversa la famiglia, il comportamento dell'uomo finisce sotto osservazione. Il gioco, tuttavia, non è finito.
Review
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Recensito da Beatrice
· 17. October 2026
Amare è dare ciò che non si ha a qualcuno che non lo vuole.
Jacques Lacan
Il fallo si crede onnipotente. È questa, forse, la premessa involontariamente comica di Un Jeu Dangereux, dove un uomo trasforma la propria capacità seduttiva in un esercizio reiterato di conferma narcisistica. Circondarsi di donne, preferibilmente giovani, esibire una virilità che non contempla pensionamento, fare del desiderio femminile il proprio specchio: il repertorio è quello di un maschio che confonde la potenza con il potere e la libertà con la facoltà di disporre degli altri. Un coglione, in termini meno teorici, che scambia la ripetizione per vitalità.
Valeria Bruni Tedeschi è straordinaria nel dare corpo alla contraddizione della moglie. Il suo sguardo conserva un'ironia sottile, talvolta quasi divertita, nei confronti dell'uomo con cui vive, ma lascia contemporaneamente affiorare un dolore che nessuna dichiarazione di libertà riesce a cancellare. È una donna che sembra conoscere l'assurdità del gioco e tuttavia non riuscire a sottrarsene; che ne denuncia implicitamente il costo attraverso il proprio malessere, salvo poi difenderlo quando è chiamata a riconoscerne le conseguenze. L'attrice restituisce questa scissione senza ridurre il personaggio né a una vittima inconsapevole né a una donna autenticamente emancipata.
È qui che il film incontra una questione lacaniana: la domanda femminile d'amore. Non si tratta soltanto di ottenere una risposta, ma di sapere quale posto si occupi nel desiderio dell'altro. Una domanda destinata a riaprirsi proprio perché nessuna conferma può garantire definitivamente di essere amati. La donna sembra rimanere prigioniera di questa richiesta di riconoscimento: aderisce alle regole, cerca di convincersi che il gioco le appartenga, ma continua a misurare la propria posizione attraverso lo sguardo di un uomo che non sembra interrogarsi sulla sua. Il consenso dichiarato non dissolve la contraddizione tra ciò che lei afferma di volere e ciò che la sua sofferenza rende visibile.
Sul versante opposto, l'uomo appare interamente assorbito dal proprio godimento. Non cerca tanto l'incontro con le donne quanto la ripetizione di una prova: sedurre, conquistare, confermare di poter ancora esercitare la propria virilità. È l'idiozia del godimento fallico, un godimento che si ripete senza interrogarsi sul desiderio dell'altro, indifferente alle conseguenze e incapace di darsi un limite. Il protagonista non sembra desiderare una donna nella sua singolarità, ma ciò che ogni nuova conquista gli restituisce di sé. Le donne diventano così gli strumenti di una rassicurazione che, per durare, deve essere continuamente rinnovata.
Il film sembra citare Lacan, il quale spiega come il godimento non garantisca l'amore e come non esista una complementarità naturale capace di assicurare l'incontro tra due soggetti. «Non c'è rapporto sessuale» non significa che non si possa amare o fare l'amore, ma che nessuna formula può ricondurre il desiderio dell'uno a quello dell'altra, trasformandoli in una corrispondenza perfetta. L'amore tenta di supplire a questa impossibilità; il protagonista, invece, sembra volerla negare attraverso l'accumulo delle conquiste. La donna domanda di essere riconosciuta, l'uomo continua a godere, e i due restano intrappolati in una relazione nella quale ciascuno sembra parlare una lingua diversa.
Il legame con Un Amour Impossible di Catherine Corsini, si costruisce intorno alla domanda di riconoscimento che imprigiona il desiderio femminile. Se Rachel sacrifiac una parte della propria esistenza nell’attesa che Philippe riconosca la figlia, che poi cercherà di sedurre, la protagonista di Un Jeu Dangereux sembra accettare un patto che la ferisce pur di conservare il proprio posto nel desiderio del marito. In entrambi i film, l’uomo detiene il potere di stabilire le condizioni del legame, mentre la donna continua ad attendere una risposta che non arriva o non può bastare. Cambiano le forme della dipendenza, ma resta la stessa questione: quanto si è disposti a sacrificare di sé per ottenere dall’altro quel riconoscimento che dovrebbe confermare il proprio valore.
Nel film della Silla a introdurre una frattura è la figlia. Il suo sguardo non coincide con quello dei genitori: è uno sguardo vigile, critico, che non accetta come naturale ciò che la famiglia ha progressivamente normalizzato. La sua opposizione rende visibile la possibilità di interrompere la ripetizione, di chiamare per nome ciò che gli altri preferiscono considerare un gioco privato. Nel confronto con il fratello, il film esplicita la propria lettura generazionale: i genitori sono figli della loro epoca, immersi in una cultura patriarcale che può sopravvivere proprio perché non viene più riconosciuta come tale. È un'intuizione pertinente, ma la regia, quando affida ai giovani il compito di formulare apertamente la morale della vicenda, diventa didascalica. Spiega ciò che fino a quel momento aveva saputo mettere in scena.
La rappresentazione, tuttavia, trova un equilibrio interessante tra il grottesco della situazione e il dolore che la attraversa. Il gioco coniugale ha qualcosa di ridicolo, quasi farsesco, ma la leggerezza delle situazioni non annulla la sofferenza della donna né l'inquietudine suscitata dall'incapacità maschile di riconoscere un limite. Il divertimento si incrina continuamente, lasciando emergere il costo umano di una presunta libertà che sembra appartenere soprattutto a chi detiene il potere di stabilirne le regole o di infrangerle a proprio piacimento.
Nel finale, la donna propone di rovesciare il dispositivo: la mossa apre una possibilità di rivalsa, ma non necessariamente di emancipazione. Invertire le parti significa davvero uscire dal gioco o soltanto riprodurne la logica, sostituendo un soggetto dominante con un altro? Se il godimento continua a essere usato come strumento di potere e l'altro rimane un mezzo per ottenere riconoscimento, la struttura della relazione non cambia e soprattutto il desiderio rimane sconosciuto.
Resta così l'ambiguità che attraversa l'intero film. La libertà non coincide con l'assenza di regole, né con la possibilità di fare all'altro ciò che l'altro ha fatto a noi. E l'amore non è la garanzia che il desiderio possa finalmente trovare una risposta definitiva. Tra l'idiozia di un godimento che non conosce limiti e una domanda d'amore che non riesce a placarsi, Un Jeu Dangereux mette in scena l'impossibilità di trasformare l'altro nella risposta alla propria mancanza. Il gioco continua, ma nessuno sembra sapere se stia ancora giocando per desiderio o soltanto per non perdere il posto che occupa.
Il godimento del corpo dell’altro non è il segno dell’amore.
Jacques Lacan