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A Voix Basse
2026 • 112 min

In A Whisper

A Voix Basse
3.0
Questo film è stato presentato a
🤍 IMDb

Synopsis

Lilia torna in Tunisia, nella città costiera di Sousse, in occasione del funerale dello zio Daly, morto in circostanze ambigue e rapidamente sepolto secondo rigide consuetudini familiari e religiose. 
Il viaggio della protagonista si trasforma progressivamente in un’indagine personale e affettiva. Mentre cerca di ricostruire la verità dietro la morte dello zio, Lilia si confronta con una rete di silenzi ereditati e segreti custoditi dalla famiglia, che rivelano la repressione subita dall’uomo a causa della sua identità sessuale. 
Nel tentativo di fare luce sul passato, la donna è costretta a confrontarsi con la propria esistenza segreta e con il rapporto sentimentale che conduce lontano dallo sguardo giudicante del contesto sociale. Il percorso investigativo diventa così un attraversamento della memoria familiare e collettiva, dove la casa ancestrale e la città di Sousse emergono come spazi simbolici di tensione tra tradizione e trasformazione. Tra lutto e nascita, la storia segue il cammino di una soggettività che cerca di affermarsi contro norme sociali e giuridiche che negano la possibilità stessa di esistere. 

Review

5 min read
Recensito da Beatrice · 13. February 2026
 
L’ideale sarebbe essere capaci di amare un essere umano, senza paura, limiti o obblighi. 
Simone de Beauvoir 

In a Whisper si colloca in quella linea del cinema contemporaneo che interroga il rapporto tra intimità e struttura sociale, rivelando come il corpo e il desiderio diventino territori politici. Il film si muove sul confine fragile tra memoria e identità, costruendo un racconto in cui il passato non è semplice archivio emotivo, ma dispositivo di controllo e riproduzione del potere. 

Il contesto tunisino in cui si inscrive la vicenda è segnato dall’ombra dell’articolo 230 del codice penale, norma che criminalizza le relazioni omosessuali tra adulti consenzienti. 
Questa legislazione, residuo della dominazione coloniale francese, si configura come un paradosso storico: una legge nata in un contesto europeo viene perpetuata come fondamento di una moralità nazionale, dimostrando come il diritto possa trasformarsi in un meccanismo di sedimentazione culturale capace di sopravvivere alle epoche e alle rivoluzioni politiche. 

Nel film, tale norma non appare soltanto come vincolo giuridico, ma come struttura invisibile che organizza i rapporti familiari, plasma il linguaggio emotivo e definisce i confini del dicibile. Daly, figura fantasmica attorno alla quale si costruisce l’indagine narrativa, incarna l’esistenza mutilata dall’impossibilità di abitare apertamente il proprio desiderio. La sua morte diventa metafora della cancellazione simbolica che la società esercita su tutte le identità non conformi. 

La casa familiare, spazio centrale della narrazione, assume un valore quasi ontologico. 
Non è soltanto luogo fisico, ma archivio stratificato di memorie, repressioni e rituali. 
Attraverso l’uso del chiaroscuro e di una fotografia che alterna zone d’ombra e improvvise aperture luminose, il film traduce visivamente la condizione esistenziale dei personaggi: esseri sospesi tra visibilità e negazione, tra appartenenza e fuga. La luce che progressivamente invade gli spazi domestici diventa figura della rivelazione, ma anche della fragilità dell’identità quando viene esposta allo sguardo sociale. 

Parallelamente, la città di Sousse emerge come organismo urbano che riflette le contraddizioni del presente tunisino. Modernità turistica e conservatorismo culturale convivono in una configurazione che ricorda un palinsesto storico, dove ogni trasformazione economica lascia intatte le strutture simboliche del controllo sociale. La città appare così come spazio di transito tra passato coloniale e globalizzazione, in cui la libertà promessa dal progresso rimane spesso un simulacro. 

Il percorso di Lilia assume una dimensione profondamente esistenziale. La sua ricerca della verità non è soltanto investigazione familiare, ma tentativo di riconciliare l’essere con il vivere. 
Il film suggerisce che l’identità non è un dato stabile, bensì una negoziazione continua tra desiderio individuale e norme collettive. Lilia si muove in una doppia temporalità: da un lato l’eredità del silenzio trasmesso dalla famiglia, dall’altro la possibilità di una genealogia alternativa fondata sulla visibilità e sull’affermazione del sé. 

Il rapporto tra Lilia e Alice introduce una dimensione politica della rappresentazione. In un contesto cinematografico arabo in cui l’amore tra donne è quasi assente, la relazione diventa atto di resistenza simbolica. Il film non costruisce il conflitto attraverso lo scandalo o la trasgressione spettacolare, ma attraverso la delicatezza dei gesti quotidiani, suggerendo che la rivoluzione più radicale può avvenire nella normalizzazione dell’affetto. 
L’intimità, lungi dall’essere rifugio privato, diventa spazio di trasformazione sociale. 

Dal punto di vista estetico, l’opera privilegia una messa in scena organica e minimalista, in cui la memoria emerge attraverso sovrapposizioni temporali e immagini che sfumano il confine tra reale e immaginato. Questa strategia narrativa produce un tempo cinematografico stratificato, dove passato e presente coesistono come livelli di coscienza, evocando una dimensione quasi magico-realista che restituisce la memoria come esperienza corporea. 

La musica, caratterizzata da sonorità orientali e da una presenza quasi spirituale del clarinetto, accompagna la narrazione come voce interiore, amplificando la tensione tra silenzio e rivelazione. Il suono diventa così ulteriore elemento di costruzione dello spazio emotivo, contribuendo a trasformare la casa in luogo liminale tra vita e morte. 

Un’opera che riflette sul concetto stesso di esistenza all’interno di società fondate su norme identitarie rigide. Il film suggerisce che il silenzio non è soltanto assenza di parola, ma forma di violenza culturale che produce invisibilità. Tuttavia, proprio nel sussurro – nella parola fragile, quasi impercettibile – si intravede la possibilità di un cambiamento. 

Il percorso che conduce dalla morte alla nascita, culminando nella prospettiva di una nuova famiglia, assume il valore di una metafora politica: la legittimazione dell’amore come fondamento di una possibile rifondazione sociale. In questa prospettiva, il cinema diventa strumento di esistenza simbolica, capace di restituire corpo e voce a soggettività storicamente cancellate. 

In questa prospettiva, tuttavia, la rappresentazione della nascita di una nuova famiglia assume anche una dimensione critica e ambivalente. Se da un lato essa si configura come gesto di legittimazione sociale e politica, dall’altro riflette una tensione interna al mondo omosessuale, che talvolta ricerca riconoscimento attraverso l’imitazione delle strutture familiari tradizionali. 
Il film sembra suggerire come il desiderio di appartenenza possa tradursi in una forma di conformismo affettivo, in cui la costruzione di una famiglia diventa risposta al bisogno di accettazione all’interno di modelli normativi preesistenti. In tal senso, la narrazione apre una riflessione più ampia sul rapporto tra emancipazione e assimilazione, interrogando se la conquista di visibilità debba necessariamente passare attraverso la riproduzione delle stesse architetture simboliche che storicamente hanno escluso e marginalizzato le identità queer. 
 
È una tragedia che persone di diverso orientamento sessuale vivano in un mondo che mostra così poca comprensione verso le variazioni dell’identità. 
Emma Goldman 
Questo film era in concorso ufficiale di Festival internazionale del cinema di Berlino

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