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Dua
2026 • 101 min

Dua

3.0
Questo film è stato presentato a
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Synopsis

 Nella Pristina di fine anni Novanta, mentre le tensioni tra albanesi e serbi si trasformano progressivamente in una minaccia quotidiana, Dua ha tredici anni e un'urgenza che appartiene all'adolescenza: diventare grande, conquistare uno spazio proprio, capire chi vuole essere. Vive in una famiglia unita, in cui l'affetto non è una dichiarazione ma una pratica quotidiana. Ha un fratello con cui condivide giochi e complicità, una sorella, una madre e un padre presenti, capaci di ascoltare e di sostenerla. Ma il mondo esterno comincia a sottrarle le condizioni necessarie per crescere. 

Review

6 min read
Recensito da Beatrice · 17. October 2026
 Dopo essere stata molestata da un uomo adulto, Dua incontra Maki, una ragazza combattiva che le propone di praticare judo. Quello che sembra inizialmente un modo per imparare a difendersi diventa parte di una ricerca più ampia: trovare la forza di opporsi a una realtà che vorrebbe ridurla all'impotenza. Intanto, la discriminazione etnica, la repressione e la violenza si insinuano nella vita familiare, fino a colpire direttamente il padre. La rabbia di Dua cresce insieme alla consapevolezza della propria vulnerabilità, fino a tradursi in un gesto di cui dovrà affrontare le conseguenze. 
In Dua, Blerta Basholli sceglie di raccontare il Kosovo alla vigilia della guerra attraverso lo sguardo di una tredicenne, sottraendo la Storia alla distanza delle ricostruzioni politiche e militari per riportarla alla dimensione concreta dell'esistenza. La violenza non comincia quando esplodono le armi: è già presente nelle discriminazioni, nei comportamenti, nella paura che modifica il modo di attraversare una strada o di guardare uno sconosciuto. È una forza che restringe progressivamente il campo delle possibilità, trasformando la quotidianità in un esercizio di vigilanza. La guerra, prima ancora di distruggere le case, altera la relazione con il mondo: ciò che dovrebbe essere familiare diventa potenzialmente ostile, ciò che dovrebbe garantire sicurezza si rivela precario. 
Dopo essere stata molestata da un uomo adulto, Dua incontra Maki, una ragazza combattiva che le propone di praticare judo. Quello che sembra inizialmente un modo per imparare a difendersi diventa parte di una ricerca più ampia: trovare la forza di opporsi a una realtà che vorrebbe ridurla all'impotenza. Intanto, la discriminazione etnica, la repressione e la violenza si insinuano nella vita familiare, fino a colpire direttamente il padre. La rabbia di Dua cresce insieme alla consapevolezza della propria vulnerabilità, fino a tradursi in un gesto di cui dovrà affrontare le conseguenze. 
È proprio in questa trasformazione che il film trova la propria misura. Basholli non ha bisogno di sottrarre Dua all'infanzia per renderla una protagonista di guerra: mostra piuttosto come la guerra si appropri dell'infanzia, imponendole problemi che non dovrebbe ancora conoscere. La ragazza continua a essere attraversata dai desideri, dalle curiosità e dalle insicurezze della sua età, mentre intorno a lei il conflitto etnico stabilisce chi può sentirsi a casa e chi deve vivere come se fosse sempre in territorio nemico. L'adolescenza, già di per sé una fase di ridefinizione della propria identità, si trasforma così in una negoziazione permanente con un ambiente che pretende di determinarla dall'esterno. 
La famiglia rappresenta il contrappunto più significativo a questa pressione. Non è un rifugio astratto, impermeabile alla Storia, ma uno spazio di relazioni in cui Dua può ancora sperimentare la fiducia, la complicità e la possibilità di essere ascoltata. Il legame con i genitori e con i fratelli non annulla la paura, ma le impedisce di diventare l'unica forma possibile di esperienza. È una differenza sostanziale: mentre la violenza politica costruisce appartenenze rigide e separazioni, la famiglia testimonia la possibilità di un'appartenenza che non si fonda sulla sopraffazione. Eppure neppure questo spazio può restare intatto. 
L'incontro con Maki introduce allora una possibilità diversa. La sua sicurezza, la sua combattività e la pratica del judo offrono a Dua un modello alternativo a quello della passività imposta dalla paura. Imparare a difendersi significa acquisire una diversa consapevolezza del proprio corpo: non soltanto qualcosa di esposto allo sguardo e alla violenza altrui, ma anche una presenza capace di reagire. La molestia subita rende questa conquista particolarmente significativa. Per una ragazza, il corpo è già un territorio sul quale gli altri pretendono di esercitare giudizi e diritti non richiesti; in un contesto attraversato dalla violenza politica, questa vulnerabilità si moltiplica. Il judo non offre una soluzione alla persecuzione etnica né una via d'uscita dalla guerra, ma restituisce a Dua una prima esperienza concreta di iniziativa. 
La sua emancipazione, tuttavia, non coincide con una semplice conquista di sicurezza. La rabbia che prende forma dentro di lei nasce da una successione di esperienze nelle quali riconosce la sproporzione tra ciò che subisce e ciò che le è consentito fare. Quando reagisce all'uomo che l'ha molestata, la sua ribellione la conduce anche oltre il limite della legalità, esponendola alla necessità di rispondere del proprio gesto. Basholli non trasforma questa reazione in un'eroica rivincita né cancella le conseguenze delle sue azioni. Il punto è più complesso: che cosa accade quando una persona cerca di sottrarsi alla violenza attraverso gli strumenti che ha a disposizione, ma quegli strumenti non le permettono di uscire davvero dal sistema di costrizioni in cui vive? La rabbia restituisce a Dua un senso di agency, senza garantirle la libertà. 
È qui che il film evita di ridurre la protagonista al cliché della ragazza coraggiosa che supera ogni ostacolo grazie alla propria determinazione. Dua è combattiva, ma non invulnerabile; vuole diventare indipendente, ma ha ancora bisogno della propria famiglia; desidera difendersi, ma non dispone del potere necessario per modificare le condizioni che la espongono alla violenza. La sua forza non consiste nell'essere immune alla paura, bensì nel non coincidere interamente con essa. È una distinzione che Basholli mantiene attraverso una regia asciutta, attenta ai silenzi, alle espressioni e ai minimi mutamenti dello sguardo. La macchina da presa rimane vicina alla ragazza, seguendone le reazioni senza imporre spiegazioni superflue e lasciando che sia il suo volto a registrare ciò che le parole non riescono a contenere. 
Anche i momenti di normalità acquistano, in questo contesto, un significato preciso. Giocare, ascoltare musica, stare con gli amici, innamorarsi: non sono parentesi decorative inserite per alleggerire il racconto, ma esperienze attraverso le quali Dua continua a riconoscersi come adolescente e non soltanto come vittima di una situazione politica. La vita non smette di produrre desideri perché la Storia si fa violenta. È semmai la possibilità di realizzarli a diventare sempre più incerta. La resistenza assume allora una forma meno spettacolare di quella abitualmente associata alla guerra: conservare il diritto di desiderare un futuro che non sia già stato deciso da altri. 
Dua condivide con la protagonista di Skateboarding is Not for Girls la necessità di conquistare, attraverso il corpo, uno spazio di libertà che il contesto sociale vorrebbe negarle. Che sia il judo o lo skateboard, la pratica fisica diventa uno strumento di autodeterminazione, un modo per opporsi a un ordine che stabilisce in anticipo ciò che una ragazza può fare, essere e desiderare. In entrambe, emanciparsi significa sottrarre il proprio corpo alle aspettative altrui per trasformarlo da oggetto di controllo in soggetto di scelta. Ma se nello skateboard la sfida si misura soprattutto con le convenzioni di una comunità patriarcale, in Dua questa ricerca si confronta anche con la violenza della Storia: conquistare la propria autonomia significa resistere a un mondo che minaccia di sottrarle non soltanto la libertà, ma persino il diritto di crescere. 
Il merito di Dua sta soprattutto nel rispetto con cui Basholli costruisce questa soggettività. La regista non usa la protagonista come un semplice dispositivo attraverso cui illustrare la persecuzione degli albanesi del Kosovo, né sacrifica la sua esperienza individuale alla rappresentazione del conflitto. Al contrario, è proprio la limitatezza del suo sguardo a rendere percepibile la portata della violenza: non occorre comprendere ogni passaggio politico per riconoscere che qualcosa sta sottraendo a una ragazza il diritto di crescere secondo i tempi e le possibilità della propria età. 
 
 
Questo film era in concorso ufficiale di Roma film fest

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