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Her Private Hell
2026 • 110 min

Her Private Hell

2.5
Questo film è stato presentato a
🤍 IMDb

Synopsis

 Elle è una giovane attrice che vive in una Tokyo futuristica, artificiale e sospesa tra realtà, sogno e incubo. Il suo rapporto con il padre è segnato dall'assenza, mentre intorno a lei si muovono  una serie di figure che sembrano appartenere più a un universo mentale che a una storia propriamente detta. 
Parallelamente, Private K attraversa un mondo infernale alla ricerca della figlia scomparsa. Le due vicende procedono su piani apparentemente separati fino a convergere in una dimensione sempre più allucinata, nella quale identità, desiderio, memoria e morte si confondono. 
Nel finale emerge la possibile chiave dell'intero film: il rapporto tra padre e figlia come legame capace di vincere la separazione definitiva della morte. 

Review

5 min read
Recensito da Beatrice · 26. September 2026
 Come Orfeo, se potessi andare all’Inferno, la riporterei indietro.
— Nicolas Winding Refn 

Non vedevamo l’ora e Nicolas Winding Refn è tornato. Tuttavia, considerato il risultato, viene spontaneo domandarsi se fosse davvero necessario. 
Her Private Hell è uno di quei film nei quali, per circa due ore, lo spettatore può legittimamente chiedersi se gli sia sfuggito qualcosa oppure se, più semplicemente, non ci sia niente da capire. Nel dubbio, Refn continua a mettere cose sullo schermo: neon, sangue, corpi, sesso, violenza, donne bellissime, uomini inquietanti, musica pomposa, atmosfere futuristiche, citazioni mitologiche. Mancano soltanto i titoli di coda, che per fortuna prima o poi arrivano. 
Poi arriva il finale e qualche pezzo, finalmente, va al suo posto. 
Refn ha raccontato di aver vissuto nel 2023 un'esperienza di quasi-morte durante un intervento chirurgico. Il trauma di essere arrivato a contatto con la propria fine, la paura della separazione e soprattutto il pensiero della figlia sembrano essere all'origine del film. Se questa è la matrice autobiografica, allora Her Private Hell può essere letto come il tentativo di trasformare quella esperienza in una discesa nell'Inferno e, contemporaneamente, in un ritorno alla vita. 
Il riferimento a Orfeo ed Euridice è tutt'altro che casuale. Le immagini delle statue greche, soprattutto nella sequenza della discoteca, sembrano quasi un cartello stradale lasciato da Refn per ricordarci che siamo nella mitologia. Ma qui il mito viene rovesciato: Orfeo ed Euridice diventano padre e figlia. È il padre a scendere nell'Inferno per ritrovare la figlia, ma alla fine è la figlia a diventare la forza che salva il padre. 
E Refn, questa volta, sembra aver deciso che un trauma esistenziale non fosse sufficientemente traumatico senza trasformarlo in un'opera audiovisiva di proporzioni bibliche. 
La forma è infatti la cosa che rimane più impressa. Her Private Hell è visivamente folle, delirante, iperstilizzato, futuristico fino alla caricatura. Refn porta il proprio gusto per l'immagine artificiale a un livello quasi parossistico. Il problema è che la forma, invece di dare corpo a un pensiero, finisce spesso per sostituirlo. 
E la musica non aiuta. Pino Donaggio costruisce una partitura da melodramma anni Cinquanta, come se ogni scena dovesse essere accompagnata dall'annuncio della fine del mondo o dalla morte di qualcuno che abbiamo appena conosciuto. È una musica talmente insistita da diventare, a tratti, una forma di tortura preventiva: lo spettatore non ha ancora deciso cosa provare e la colonna sonora glielo comunica già con estrema solennità. 
Le figure femminili sono ancora più difficili da decifrare. 
Elle e la matrigna passano dall'attrazione all'odio, dalla seduzione alla violenza, dalla complicità alla rivalità. Ci sono tensioni erotiche, approcci lesbici, gesti di crudeltà e improvvise inversioni di rapporto. Ma il significato di questa relazione rimane nebuloso. Se l'ambiguità dovrebbe rappresentare qualcosa, il film si guarda bene dal comunicarcelo. 
E così le donne diventano soprattutto immagini, corpi, oggetti del desiderio e della violenza. È un territorio che Refn conosce bene e che aveva già esplorato con maggiore precisione in The Neon Demon. Qui, invece, sembra semplicemente tornare a pescare nel proprio repertorio. 
Ed è proprio questo il problema principale del film: non sembra un nuovo Refn, ma un Refn che si è messo a fare il catalogo di Refn. 
Refn sembra infatti aver preso tutto il proprio cinema, averlo messo dentro un frullatore e averlo azionato alla massima velocità. Ci sono Drive, Only God Forgives, The Neon Demon, la violenza ritualizzata, il corpo femminile, il fetish, il mistero, il sangue, il glamour, l'Oriente immaginario, il melodramma, l'horror. Tutto torna, ma completamente scomposto e ricomposto in una specie di gigantesco frappé al neon. 
Il risultato è una forma visivamente folle, delirante, avveniristica, spesso anche ammirevole nella sua ostinazione. Ma proprio qui sta il problema: quella che una volta era una precisa ossessione estetica oggi sembra diventata un'autocitazione permanente. Refn non sembra più costruire un mondo; sembra ricordarci continuamente di averne già costruiti parecchi. 
E così Her Private Hell finisce per sembrare meno un nuovo film di Nicolas Winding Refn che un film fatto con gli avanzi di Nicolas Winding Refn. 
Una volta, questa estetica produceva straniamento e incanto. Qui produce soprattutto saturazione. 
Eppure il finale permette di recuperare almeno una linea di senso. Se l'Inferno è la morte e la morte è soprattutto la perdita della figlia, allora tutta questa discesa nell'assurdo può essere interpretata come una gigantesca metafora del trauma di Refn: l'uomo che ha toccato la morte e che trova nella relazione con la figlia il motivo per tornare indietro. 
È un'idea forte. Peccato che per arrivarci sia necessario attraversare un film che sembra avere dichiarato guerra alla chiarezza narrativa. 
Il paradosso è quindi piuttosto crudele: l'esperienza che ha generato il film è probabilmente una delle cose più autentiche che Refn abbia portato sullo schermo negli ultimi anni; il film che ne è nato è invece uno dei suoi lavori meno convincenti. 
Perché la morte, la paura della separazione, il rapporto padre-figlia e l'idea di una seconda possibilità avrebbero potuto bastare. Refn, evidentemente, non si è fidato della semplicità di queste cose e ha preferito esagerare. 
Il risultato è un film nel quale si intravede un'esperienza vera sotto una quantità quasi industriale di stile. 
Il suo Inferno potrebbe essere proprio questo: non la morte, ma la condanna a ripetere eternamente se stesso. 
Dopo aver toccato la morte, Refn sembra aver voluto raccontare la vita. 
Peccato che abbia scelto di farlo infliggendo allo spettatore quasi due ore di Inferno. 
E se davvero questo toccare la morte ha prodotto Her Private Hell, quello che possiamo augurare a Nicolas Winding Refn è una cosa sola: salute eterna. 
 
 
 
 
Questo film era in concorso ufficiale di Cannes Film Festival

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