Non si nasce madre: lo si diventa, e a volte si smette di esserlo.
— Simone de Beauvoir
Il film di Ambrosioni si muove lungo una linea impervia, dove la maternità non è più un destino inscritto nel corpo o nella biologia, ma una funzione che può emergere per necessità, per vuoto, per mancanza. In questa prospettiva, Les Enfants vont bien tenta un’operazione complessa: sottrarre la maternità alla sua dimensione normativa e restituirla come esperienza intermittente, talvolta persino rifiutata.
La protagonista non è una “madre mancata”, né una “madre imperfetta”: è piuttosto una figura che mette in crisi la categoria stessa di maternità. Il film suggerisce che si possa essere chiamati a esserlo senza averlo scelto, e che in questa chiamata possa annidarsi una forma di disallineamento radicale. Non tutte le donne – sembra dire Ambrosioni – abitano naturalmente quel ruolo; alcune lo attraversano come si attraversa un territorio straniero, senza mappe, senza lingua.
Sul versante dei bambini, invece, il film intercetta con lucidità il trauma dell’abbandono: non come evento spettacolare, ma come fenditura silenziosa che si inscrive nei gesti quotidiani. I loro giochi, spesso insistiti e ripetitivi, non sono altro che tentativi di rimettere in scena ciò che è accaduto senza poterlo comprendere. L’assenza della madre biologica diventa una domanda senza risposta, un vuoto che nessuna figura sostitutiva riesce davvero a colmare.
Il legame con
Sister di Ursula Meier appare evidente e risiede in una medesima frattura originaria: la maternità come funzione instabile, che può essere rifiutata o imposta, e i figli costretti a crescere dentro questa mancanza, senza comprenderla. Se nel film di Meier il bambino reagisce colmando il vuoto e invertendo i ruoli, in quello di Ambrosioni i bambini restano esposti alla ferita, abitandola senza difese; in entrambi i casi, l’infanzia si configura come uno spazio attraversato dall’assenza, dove il legame materno non scompare, ma si deforma fino a diventare irriconoscibile.
Particolarmente intensa è qui la sequenza in cui, dopo mesi di assenza e di sospensione, la zia e i bambini fanno ritorno nella casa originaria per svuotarla. Non è un semplice gesto pratico, ma un attraversamento della memoria: ogni oggetto diventa un residuo emotivo, ogni stanza una stratificazione di vite interrotte. Decidere cosa portare via e cosa lasciare indietro equivale a stabilire quali frammenti del passato possano ancora essere abitati e quali, invece, debbano essere definitivamente abbandonati. In questa scena, il film raggiunge una vibrazione autentica, perché il dolore non viene dichiarato ma si deposita nei gesti minimi, negli sguardi esitanti, nella difficoltà stessa di toccare ciò che resta. È qui che la perdita si fa tangibile, e che il legame tra i personaggi si ridefinisce in una forma fragile ma condivisa.
Eppure, proprio laddove il film sembra toccare un punto di verità – questa tensione tra ruolo imposto e incapacità di incarnarlo – si producono anche alcune incrinature. Ambrosioni, nel tentativo di rendere accessibile il dramma, indulge talvolta in soluzioni narrative eccessivamente esplicite, scivolando in momenti di un pathos quasi didascalico. Alcune scene sembrano voler guidare lo spettatore verso un’emozione già codificata, invece di lasciare che essa emerga dalla complessità delle situazioni.
Questi cedimenti non compromettono del tutto la forza del progetto, ma ne attenuano l’impatto, rendendo meno incisiva quella zona di ambiguità che il film, nelle sue parti migliori, riesce invece a evocare con rigore.
Resta tuttavia la qualità delle interpretazioni, che sostengono l’intera architettura emotiva dell’opera: gli attori restituiscono con precisione quella tensione tra vicinanza e distanza, tra bisogno e rifiuto, che costituisce il cuore del film. È soprattutto nei silenzi, negli sguardi trattenuti, nei gesti incompiuti che Les enfants brûlent trova la sua verità più profonda.
In definitiva, il film si configura come un’indagine imperfetta ma necessaria sulla maternità come esperienza non universale, non garantita, talvolta persino impropria e imposta. Una maternità che può accadere senza nascere, e che proprio per questo si rivela fragile, intermittente, esposta al rischio costante di non compiersi mai davvero soprattutto se i progetti erano definitivamente altri.
Essere figli significa continuare a chiamare qualcuno che non risponde.
— Pier Paolo Pasolini