2025 • 115 min
Il caso 137
Dossier 137
Questo film è stato presentato a
Synopsis
L'8 dicembre 2018, durante una manifestazione dei Gilets Jaunes nell'ottavo arrondissement di Parigi, Guillaume Girard, ventenne, viene colpito alla testa da un proiettile di gomma — un flash-ball — esploso da un agente delle forze dell'ordine.
Le conseguenze sono gravi, irreversibili. Stéphanie Bertrand, investigatrice dell'IGPN (Inspection Générale de la Police Nationale) — la cosiddetta "polizia della polizia" — viene incaricata di ricostruire la verità dei fatti. Da quel momento in poi, ogni passo che compie è una discesa nel labirinto dell'istituzione che dovrebbe servire: un mondo fatto di omertà corporativa, resistenze burocratiche, complicità silenziose e verità che sembrano sempre sul punto di dissolversi prima di poter essere afferrate.
Le conseguenze sono gravi, irreversibili. Stéphanie Bertrand, investigatrice dell'IGPN (Inspection Générale de la Police Nationale) — la cosiddetta "polizia della polizia" — viene incaricata di ricostruire la verità dei fatti. Da quel momento in poi, ogni passo che compie è una discesa nel labirinto dell'istituzione che dovrebbe servire: un mondo fatto di omertà corporativa, resistenze burocratiche, complicità silenziose e verità che sembrano sempre sul punto di dissolversi prima di poter essere afferrate.
Review
4 min read
Recensito da Beatrice
· 10. April 2026
La verità è raramente pura e non è mai semplice.
— Oscar Wilde
Vi sono professioni che portano inscritto nel loro stesso mandato un paradosso di natura esistenziale: quelle in cui chi detiene la funzione del controllo deve, a sua volta, essere controllato. Dominik Moll — il regista franco-tedesco già capace di ferire con La notte del 12 — scava in questo paradosso con Il caso 137 (Dossier 137), opera di rara integrità morale che trasforma un fatto di cronaca francese in una meditazione sul senso profondo della giustizia, sulla solitudine di chi la persegue, e sul prezzo che l'etica esige da coloro che scelgono di non deflettere.
La protagonista, Stéphanie Bertrand — interpretata da una Léa Drucker misurata e potente, premio César per la sua prestazione — incarna quella figura kierkegaardiana dell'individuo che sceglie se stesso nel momento in cui la scelta è più gravosa: non contro un nemico esterno, ma contro, sebbene a favore, il sistema di cui fa parte, contro, sebbene a favore, la tribù di appartenenza, contro, sebbene a favore, quella solidarietà di corpo che nelle istituzioni uniformate raggiunge spesso la densità di una seconda natura. Fare la "polizia della polizia" non è un mestiere: è una condizione ontologica di alterità permanente. Si è dentro e si è fuori, simultaneamente. Si appartiene all'istituzione e si è percepiti come traditori di essa.
Moll non cede mai alla tentazione del pamphlet, né alla semplificazione del melodramma civile. La sua regia — sobria, quasi documentaristica nella sua adesione alla realtà procedurale — costruisce una tensione che non si fonda sull'azione, ma sull'attrito: l'attrito tra ciò che si sa, ciò che si può provare e ciò che le istituzioni sono disposte a riconoscere. Il film si nutre della filosofia del diritto nel suo aspetto più scomodo: la deontologia professionale come imperativo categorico, nel senso kantiano più rigoroso. Stéphanie non indaga perché le conviene, non perché verrà premiata per farlo — tutt'altro — ma perché non farlo equivarrebbe a tradire la sola cosa che dà senso alla propria funzione: la legge uguale per tutti, anche per chi la applica.
L'omertà che Moll descrive non è quella cinematografica della malavita organizzata. È più sottile, più pervasiva e per questo più inquietante: è il silenzio di chi abbassa lo sguardo durante un verbale, la memoria improvvisamente labile di un testimone in divisa, la solidarietà di chi copre non per malvagità ma per paura, per stanchezza, per una lealtà mal riposta che scambia l'istituzione per una famiglia. È l'omertà di chi sa che denunciare un collega equivale a rompere un patto sociale non scritto ma profondamente sentito: uno di noi.
Il caso da cui il film prende spunto — la paralisi di un giovane manifestante colpito alla testa durante le rivolte dei Gilets Jaunes del dicembre 2018 — diventa nel film un caso-limite nel senso jasperiano del termine: una situazione estrema che non lascia scampo, che costringe ogni protagonista a rivelare la propria vera natura etica. La violenza del flash-ball non è solo una violenza fisica: è la violenza del potere che eccede i propri limiti, che dimentica di essere un mezzo e si percepisce come un fine. È l'abuso che nasce non sempre dall'odio, ma dalla certezza dell'impunità — che è, a sua volta, figlia di un sistema di controllo che non funziona o che non vuole funzionare.
Il film interroga con lucidità la struttura stessa delle istituzioni: possono davvero giudicarsi dall'interno? Può l'IGPN essere realmente terza rispetto al corpo che dovrebbe vigilare? Moll non offre risposte rassicuranti. Al contrario, mostra come le stesse istituzioni che dovrebbero garantire la trasparenza diventino spesso ostacoli procedurali, muri burocratici, filtri che rallentano, depotenziando la verità prima che possa emergere. Non è necessariamente corruzione: è qualcosa di più subdolo, che potremmo chiamare la banalità dell'istituzione: la tendenza dei sistemi a preservare se stessi prima ancora di perseguire il fine per cui sono stati creati.
Stéphanie non è un'eroina nel senso romantico del termine. È una donna che fa il suo lavoro con una tenacia che ha il sapore della scelta etica quotidiana, del piccolo coraggio che non compare nelle cronache ma che sorregge le fondamenta di qualsiasi società che voglia ancora chiamarsi di diritto. La sua solitudine — professionale, relazionale, esistenziale — è la solitudine di chi sceglie la verità come bussola in un mondo in cui la verità è spesso scomoda, divisiva, pericolosa.
Il caso 137 è un film che denuncia pensando. Interroga cosa significhi davvero servire la legge, e cosa accada quando coloro che la legge dovrebbero incarnarla sono i primi a violarla. È un film sulla difficoltà radicale di fare giustizia in un sistema che, per sopravvivere, tende a proteggere se stesso.
La cosa più difficile è agire secondo ciò in cui si crede, specialmente quando ti costa qualcosa.
— Simone Weil
Questo film era in concorso ufficiale di Rendez-Vous 2026 - Festival del Nuovo Cinema Francese