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Partir un jour
2025 • 98 min

Allora Balliamo

Partir un jour
3.0
Questo film è stato presentato a
🤍 IMDb

Synopsis

 
C'è un momento preciso nella vita in cui tutte le strade che abbiamo scelto e tutte quelle che abbiamo abbandonato tornano a convergere in un unico bivio, come se il tempo non fosse una freccia ma un cerchio che si stringe. È esattamente in quel punto che troviamo Cécile — chef di talento, formatasi nella durezza luminosa delle cucine parigine, prossima all'apertura del suo primo ristorante gastronomico, la realizzazione di un sogno costruito mattone dopo mattone lontano dalle radici — quando il telefono squilla e la voce di sua madre le comunica che suo padre ha avuto il terzo infarto. 

Così lei torna. Torna al villaggio dell'infanzia, alla trattoria di famiglia lungo la strada, ai profumi che precedono i ricordi. Torna a un padre ingombrante e lacerante, un uomo capace di criticare con la stessa intensità con cui ama, la cui ruvidità non è indifferenza ma la forma storpiata di una relazione assoluta. Torna a una madre adorabile e silenziosa nel suo ardore, che non ha mai smesso di essere pienamente sé stessa nell'abnegazione, che offre amore senza chiedere giustificazioni. 

E torna — soprattutto — a Raphaël che incarna il volto di ciò che è rimasto in sospeso, il capitolo non chiuso, l'amore adolescenziale che non si è consumato fino in fondo e che proprio per questo conserva la sua forma originaria. 

Ma il ritorno porta con sé anche un segreto: Cécile è incinta. Una gravidanza che non ha voluto, che non riesce a desiderare, che apre una frattura silenziosa nella sua relazione con il compagno attuale. 

Review

5 min read
Recensito da Beatrice · 10. April 2026
 
Il radicamento è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell'anima umana. 
 — Simone Weil 

Esiste una particolare forma di coraggio nel cinema che sceglie la sottigliezza quando il melodramma sarebbe più facile. Amélie Bonnin — al suo esordio nel lungometraggio, dopo il cortometraggio omonimo premiato con il César nel 2023 — appartiene con piena consapevolezza a quella tradizione cinematografica francese che tratta il cuore umano non come un meccanismo che si inceppa, ma come un paesaggio che si trasforma lentamente, e che merita di essere contemplato con rispetto e con lentezza. 

Partir un jour — con il suo sottotitolo italiano che già contiene tutta la grazia ossimórica del film, quella danza che è anche una dichiarazione di resa e di gioia — è, nella sua essenza più profonda, un'indagine filosofica mascherata da commedia romantica. E la domanda è questa: fino a che punto la costruzione di sé stessi coincide con l'abbandono di ciò che eravamo? 

Cécile è complessa nel senso più nobile del termine: contraddittoria, desiderante, spaventata, capace di amore e di rimozione. Juliette Armanet la abita con una naturalezza disarmante — e il fatto che Armanet sia prima di tutto una cantautrice, una donna il cui strumento è la voce e l'emozione, conferisce al personaggio una straordinaria autenticità corporea. Quando Cécile canta, non sta eseguendo un numero: sta confessando. Sta dando forma sonora a ciò che le parole ordinarie non riescono a contenere. 

Ed è qui che risiede uno dei gesti più audaci e riusciti di Bonnin: il ricorso alla canzone non come ornamento spettacolare, ma come eruzione dell'inconscio. Il film non è un musical nel senso convenzionale del termine — non ci sono coreografie elaborate né transizioni narrative sostenute dal canto. Ci sono, piuttosto, irruzioni. Momenti in cui la realtà si incrina e qualcosa di vero affiora in forma melodica, come se certi sentimenti non potessero esistere nella prosa quotidiana e avessero bisogno del verso per respirare. 

Di fronte a Juliette Armanet, Bastien Bouillon ( La mattina scrivo)  compone un Raphaël di rara densità. C'è in lui quella qualità peculiare degli amori del passato: la capacità di essere, simultaneamente, ciò che si è perduto e ciò che non si è mai davvero avuto. La sua presenza nel film non è mai invadente, ma è costantemente gravida di significato. Ogni scena tra lui e Cécile è costruita su quella sottile tensione tra il dire e il non dire, tra il riconoscersi e il guardarsi da lontano, tra il ritorno e l'impossibilità del ritorno. Bouillon è, in questo senso, magnifico nel gestire l'economia emotiva di un personaggio che non può — e non deve — essere tutto ciò che Cécile vorrebbe che fosse. 

Ma il vero cuore pulsante del film, forse sorprendentemente, batte nella famiglia di Cécile. Il padre — interpretato con mordente umorismo e toccante vulnerabilità da François Rollin — è uno di quei personaggi cinematografici che sembrano usciti dalla vita reale: un uomo che ha fatto dell'esigenza il suo linguaggio dell'amore, che critica perché teme, che ferisce perché non sa come proteggere altrimenti. I suoi tre infarti sono anche tre metafore: tre volte il cuore che si ribella alla distanza, tre volte la vita che reclama la figlia. Nella relazione tra Cécile e suo padre c'è tutta la tragica ambivalenza del legame filiale, quel peculiare intreccio di gratitudine, ferita, ammirazione e conflitto che nessuna distanza geografica riesce mai a sciogliere davvero. 

Accanto a lui, la madre di Dominique Blanc è una presenza di luce quieta — donna che non combatte né fugge, che ha scelto di abitare pienamente il proprio amore con una fedeltà che non è rinuncia ma forma alta di libertà. La sua abnegazione non è passività: è una filosofia di vita, incarnata con quella misura aristocratica che solo le grandi attrici sanno mantenere anche nei momenti più apparentemente semplici. 

La gravidanza di Cécile è il punto di rottura, il catalizzatore invisibile di tutte le tensioni del film. Non vuole quel figlio — almeno non adesso, non così. E questa riluttanza non è meschinità ma lucidità dolorosa: una donna che conosce il proprio vuoto interiore e non vuole riempirlo con una vita che non ha ancora scelto pienamente. Il suo compagno incarna la pressione sociale e affettiva di chi proietta sul futuro la soluzione di un presente incompiuto. La sua gelosia per Raphaël non è irrazionale — è la percezione, acutissima, che Cécile non è ancora del tutto sua, e forse non lo è mai stata. E in questo triangolo emotivo, Bonnin ha l'intelligenza di non assegnare torti e ragioni: tutti e tre soffrono, tutti e tre hanno una parte di verità. 

Filmata con una semplicità cromatica che diventa stile — la luce naturale della provincia francese, le cucine calde, i tavoli di trattoria consumati dal tempo — Partir un jour costruisce la sua bellezza con materiali poveri e gesti precisi. 

Il film fu presentato in apertura al Festival di Cannes 2025 — primo lungometraggio d'esordio a ricevere tale onore — e quella scelta racconta già molto su ciò che il cinema europeo riconosce come prezioso: non lo spettacolo della grandezza, ma la precisione della grazia, la poesia del momento incerto. 

Partir un jour rimane impresso non per ciò che risolve — e in effetti risolve poco, come la vita — ma per la qualità dello sguardo con cui osserva i suoi personaggi. Uno sguardo che non semplifica, che sa che ogni esistenza porta in sé simultaneamente il desiderio di radici e il desiderio di fuga. 

Così continuiamo a remare, barche contro corrente, trascinati senza sosta verso il passato. 
F. Scott Fitzgerald 
 
 
 
Questo film era in concorso ufficiale di Rendez-Vous 2026 - Festival del Nuovo Cinema Francese

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