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Voilà, c’est fini
2026 • 101 min

Voilà, c’est fini

4.0
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Synopsis

Alle Mauritius, Louise, una giovane turista francese che soffre di anoressia-bulimia, incontra Pierre, un addetto alle pulizie dell'albergo che sogna di lasciarsi alle spalle la propria isola. Tra i due nasce un legame che li spinge a uscire dai rispettivi isolamenti, mentre le loro diverse possibilità di fuga svelano le contraddizioni di un mondo dominato da disuguaglianze, consumismo e illusioni di libertà. Attraverso uno sguardo grottesco e malinconico, Gustave Kervern trasforma questo incontro in una riflessione sull'assurdità dell'esistenza. 

Review

6 min read
Recensito da Beatrice · 18. October 2026
 L'esistenzialismo si è definito fin dall'inizio come una filosofia dell'ambiguità 
Simone de Beauvoir 

Siamo ostaggi di un mondo al contrario, nel quale gli esseri umani continuano a comportarsi come se avessero conquistato l'universo, mentre non riescono nemmeno a capire che cosa farsene della propria esistenza. 

In Voilà, c’est fini, Gustave Kervern costruisce un racconto fatto di voci fuori campo, osservazioni, riflessioni e “frammenti di un discorso” esistenziale che attraversano la storia dei personaggi senza mai trasformarsi in una risposta. L'umanità è una mandria che ha accettato le regole, la lotta di classe è diventata una parolaccia, il popolo è puerile e la paura governa ogni gesto quotidiano. Non c'è molto da stare allegri, ma neppure da sorprendersi: il mondo sembra essersi organizzato con una certa efficienza per rendere la vita insostenibile. 

Alle Mauritius, una famiglia francese trascorre le vacanze in un resort all inclusive come in All-In di Volkan Üce.  Louise, la figlia della donna, soffre di anoressia-bulimia e passa gran parte del tempo chiusa nella propria camera, barricata contro una realtà che non sopporta. A scardinare il suo isolamento è Pierre, un giovane addetto alle pulizie dell'albergo, che riesce a trascinarla fuori dalla stanza e a restituirle un contatto con il mondo. Tra i due nasce un rapporto di amicizia, ma le intenzioni di Pierre restano ambigue: vuole davvero aiutare Louise o intravede in lei un'occasione per emanciparsi dalla propria condizione e raggiungere la Francia? La generosità può convivere con il calcolo, come il desiderio di libertà può nascondere quello, assai meno nobile ma comprensibile, di cambiare posizione nella gerarchia sociale. 

È proprio questa gerarchia a costituire uno dei bersagli del film. Per Louise, le Mauritius sono una destinazione voluta dalla madre e dal patrigno; per Pierre, il luogo in cui è nato e dal quale vorrebbe andarsene. Il turismo trasforma un territorio in un'esperienza da consumare, mentre chi lo abita continua a fare i conti con le condizioni materiali della propria esistenza. Non è una scoperta particolarmente consolante, ma Kervern evita di convertirla in una lezione sociologica: preferisce lasciare che siano i personaggi, con le loro contraddizioni, a rendere visibile l'assurdità del sistema. 

In questo senso, il film richiama il cinema di Ulrich Seidl, soprattutto Paradise: Love, Safari e In the Basement. Come il regista austriaco, Kervern osserva i comportamenti umani senza proteggerli dal ridicolo, mettendo a nudo le fantasie, le miserie e le forme di dominio che si nascondono dietro la normalità. Ma qui lo sguardo prende una direzione diversa. Seidl tende a esporre i suoi personaggi con una freddezza che può diventare spietata, mentre Kervern lascia filtrare nel grottesco una malinconia più evidente, quasi una forma di compassione per esseri umani che non sanno bene come stare al mondo. Il risultato è meno una dissezione dei comportamenti che un documentario immaginario sull'assurdità dell'esistenza, nel quale le voci fuori campo sembrano appartenere contemporaneamente a tutti e a nessuno. 

Louise è il personaggio nel quale questa impossibilità di abitare il mondo assume una forma fisica. Il suo disturbo alimentare non viene semplicemente utilizzato per costruire un caso psicologico, ma si inscrive in un più ampio rifiuto della realtà. La ragazza ha eretto una barriera fra sé e gli altri, come se il corpo fosse diventato l'ultimo territorio sul quale esercitare un controllo. La sua lucidità, tuttavia, non è necessariamente una liberazione: capire che qualcosa non funziona non significa sapere come cambiarlo. Il richiamo al Mito di Sisifo di Albert Camus esplicita la questione centrale del film. L'esistenza impone una fatica che ricomincia ogni giorno, senza garantire un risultato e senza fornire istruzioni per l'uso. Si può scegliere di riconoscerne l'assurdità e continuare a vivere, oppure lasciarsi schiacciare dalla consapevolezza che nessuna risposta definitiva verrà in soccorso. La rivolta, la passione e la libertà non risolvono il problema: impediscono, almeno, che l'assurdo diventi l'unica forma possibile dell'esistenza. 

Il padre di Pierre sembra avere già smesso di partecipare alla competizione. Lo vediamo vivere a letto, in una condizione che il figlio giudica degradante, quasi una resa alle regole elementari della convivenza sociale. Eppure, proprio questo personaggio, apparentemente sconfitto e marginale, finirà per pronunciare una delle accuse più incisive del film. Quando porta un pesce unicorno al patrigno di Louise, lo fa perché ha davanti uno di quelli che “mangiano il pesce”. La battuta ha la semplicità di una constatazione e la precisione di un insulto involontario: c'è chi pesca e chi consuma, chi vive dentro le conseguenze del proprio rapporto con il territorio e chi può permettersi di ignorarle. Il padre accusa il suo interlocutore di contribuire alla scomparsa dell'isola, chiamando in causa un mondo che trasforma ogni luogo in una risorsa da sfruttare. E non sembra neppure animato dal risentimento. Forse ha semplicemente smesso di aspettarsi qualcosa dagli esseri umani. 

Pierre, al contrario, vuole ancora cambiare vita. La madre rappresenta un'altra forma di adattamento: pragmatica, priva di grandi illusioni, sembra aver ridotto le aspettative alla misura delle necessità quotidiane. Fra la rinuncia del padre e il realismo della madre, il figlio cerca una terza strada, ma il suo desiderio di emancipazione lo spinge verso lo stesso mondo che produce le disuguaglianze da cui vorrebbe fuggire. È il paradosso di chi vuole uscire dal sistema senza rinunciare ai privilegi che quel sistema promette. Intanto, tutti sembrano gentili con tutti, ma il potere continua a circolare indisturbato. La cortesia non abolisce le gerarchie; al massimo le rende più gradevoli. 

Il film procede così, accumulando osservazioni sul mondo, sulla paura, sul consumo, sulla perdita delle illusioni e sulla difficoltà di distinguere la lucidità dalla disperazione. Le voci fuori campo non compongono un trattato ordinato, ma una costellazione di pensieri che si accavallano, si completano e talvolta sembrano arrivare da un pianeta diverso da quello mostrato dalle immagini. La forma frammentaria, quasi documentaristica, impedisce al racconto di diventare una dimostrazione filosofica. Kervern lascia che le idee emergano dai gesti, dai corpi e dalle situazioni, spesso con una comicità asciutta che rende ancora più amara la constatazione dei fatti. 

A tenere insieme questi frammenti contribuisce una colonna sonora straordinaria che passa da Peaches ai Suicide passando per Nina Simon. Le Mauritius sono destinate a scomparire sotto il peso delle aspettative e degli interessi che le hanno trasformate in un paradiso turistico. Eppure, in questa bellezza minacciata, Kervern trova uno spazio poetico che distingue il film dai suoi lavori più apertamente assurdi e grotteschi. 

Voilà, c’est fini è un film tragico ma non rinuncia all’ironia, malinconico senza indulgenza. I suoi personaggi cercano di salvarsi, di evadere, di sopportare o semplicemente di arrivare a sera. Nessuno dispone di una soluzione, e chi sembra aver capito tutto non è necessariamente in grado di cambiare qualcosa. Resta il tentativo, ostinato e un po' assurdo, di vivere dentro un mondo che non ha alcuna intenzione di diventare più sensato. 

Sisifo continua a spingere il masso nonostante tutto: Voilà c’e fini… 

La massa degli uomini conduce una vita di quieta disperazione. 
Henry David Thoreau 
Questo film era in concorso ufficiale di Roma film fest

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