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DAU
2026 • 195 min

DAU

4.5
🤍 IMDb

Synopsis

 Ispirato alla vita dei fisici sovietici che contribuirono alla costruzione della bomba atomica, DAU segue nell’arco di quattro decenni, dal 1928 al 1968, la parabola di Dau, brillante fisico di origine greca trasferitosi nell’Unione Sovietica. Animato dal desiderio di comprendere le leggi dell’universo, Dau finisce per mettere il proprio talento al servizio dello Stato e della sua macchina scientifica e militare. All’interno di un istituto di ricerca segreto, dove scienza, potere, sorveglianza e privilegio convivono, la sua autonomia si restringe progressivamente. Anche la ricerca della felicità si trasforma in una forma di fuga: Dau cerca la libertà attraverso una successione di relazioni extraconiugali, ma più tenta di sottrarsi all’ordine che lo circonda, più sembra perdere sé stesso e la capacità stessa di amare 

Review

7 min read
Recensito da Beatrice · 09. September 2026
 Ciò che conta è che egli sappia di poter essere osservato.
Michel Foucault 

Un film che nasce da un esperimento e finisce per raccontare i compromessi che plasmano un’esistenza e finiscono per cambiare il corso della storia. 
Il primo equivoco da evitare è considerare DAU semplicemente un film storico sul totalitarismo sovietico. Dietro il film esiste infatti un progetto molto più radicale, durato oltre vent’anni, che ha progressivamente trasformato un iniziale progetto biografico sul fisico Lev Landau in una gigantesca esperienza cinematografica, antropologica e artistica. 
L’Istituto nel quale il film è ambientato non era un semplice set cinematografico. A Kharkiv venne costruito un enorme complesso che ricostruiva minuziosamente un istituto scientifico sovietico; per oltre due anni vi furono girate centinaia di ore di materiale, all’interno di un universo regolato da costumi, oggetti, gerarchie, linguaggi e comportamenti coerenti con l’epoca. Da questa esperienza nacque una quantità enorme di materiale cinematografico, successivamente trasformato in opere diverse. 
Ma è importante capire perché Khrzhanovsky abbia costruito tutto questo. Non per ricreare semplicemente il passato, bensì per mettere l'essere umano dentro un sistema e osservare che cosa accade alla libertà quando l'ambiente, le regole, il potere e lo sguardo degli altri cominciano a determinarne il comportamento. 
È qui che il progetto sfiora l’esperimento sociale e, per analogia, il Grande Fratello. Non nel senso televisivo del termine e nemmeno necessariamente come sistema di telecamere nascoste: il punto è molto più sottile. È la costruzione di un mondo nel quale la possibilità di essere osservati diventa parte del comportamento. È il principio del Panopticon di Bentham, poi radicalizzato filosoficamente da Foucault: non occorre essere sorvegliati continuamente; è sufficiente sapere che si può esserlo perché il controllo finisca per essere interiorizzato. 
Ma Dau non è soltanto una vittima del sistema 
Il vero centro del film, però, è ancora più profondo: cosa significa essere liberi. 
Dau è uno scienziato che vuole comprendere l’universo, ma si trova progressivamente inglobato in un sistema che pretende di governare anche la conoscenza. La sua tragedia non consiste semplicemente nell’essere oppresso dal potere sovietico. Consiste nel fatto che egli stesso partecipa al sistema che lo priva della libertà. 
Ed è qui che DAU diventa sorprendentemente contemporaneo. 
La domanda non è soltanto se il potere possa togliere la libertà all’uomo, ma se l’uomo sia realmente capace di sopportarla. 
È il territorio di Erich Fromm e della sua Fuga dalla libertà: la libertà, quando significa responsabilità, solitudine, scelta e assenza di certezze, può diventare angoscia. L’individuo può allora essere tentato di rinunciare a una parte della propria autonomia in cambio di ordine, appartenenza, sicurezza e senso. 
In questo senso il totalitarismo di DAU non è soltanto un regime politico: è una tentazione psicologica. Il potere funziona perché trova nell’uomo qualcosa che gli permette di funzionare. 
La scelta di Khrzhanovsky di fare di Dau un uomo di origine greca non è un dettaglio biografico. È uno dei cardini concettuali dell’opera. 
Il regista dichiara esplicitamente di aver scelto un greco perché la civiltà greca precristiana possedeva un sistema morale ed etico diverso dal nostro e, soprattutto, perché nella tragedia greca destino e libertà convivono: esiste un ordine superiore, ma esso si realizza attraverso una moltitudine di piccole azioni umane. 
Dau diventa così una figura quasi tragica: un uomo che tenta di conoscere le leggi dell’universo mentre scopre di non riuscire a governare quelle della propria esistenza. 
Ed è proprio questa contraddizione a rendere il personaggio più interessante di un semplice “genio perseguitato dal regime”. Più Dau comprende il mondo, meno riesce a comprendere sé stesso. 
La fisica quantistica è comunque la protagonista sebbene meno immediatamente evidente di DAU
Khrzhanovsky non la utilizza  come decorazione intellettuale o come metafora superficiale. La assume come principio strutturale del film. Realtà documentaria, sogno, visione e memoria storica vengono trattati come stati differenti di una stessa realtà, mentre spazio e tempo cessano di essere completamente lineari e stabili. 
Da qui nasce anche la particolare costruzione visiva dell’opera: differenti direttori della fotografia, scenografi e costumisti hanno elaborato tre mondi visivi autonomi, modificando composizione, luce, colore, suono, ritmo e movimento della macchina da presa. 
Per questo DAU non va guardato soltanto come un racconto che procede da A a B. È piuttosto un sistema di stati: memoria, materia, corpo, sogno, storia, violenza, desiderio. Come se il passato non fosse qualcosa che il cinema deve semplicemente ricostruire, ma qualcosa che può ancora accadere. 
La fisica quantistica diventa allora anche una teoria cinematografica: la realtà non è necessariamente una linea continua, ma una molteplicità di possibilità che possono coesistere. 
Anche così che si comprende perché DAU sembri spesso appartenere più all’arte contemporanea che al cinema tradizionale. 
Il progetto comprende cinema, antropologia, architettura, performance e installazione; non a caso nella sua storia compaiono figure come Marina Abramović, Carsten Höller e Romeo Castellucci. 
Khrzhanovsky non vuole semplicemente raccontare un mondo: vuole costruirlo. 
E questa è forse la sua operazione più radicale. Il set diventa ambiente; l’ambiente diventa sistema; il sistema diventa comportamento; il comportamento diventa materiale cinematografico. 
In questo senso DAU è quasi un’opera monumentale e ambientale trasformata in film. Non osserva soltanto i personaggi: osserva ciò che un determinato mondo produce negli esseri umani. 
Il controllo non consiste soltanto nell'essere osservati, ma nella possibilità di essere osservati, quella consapevolezza che finisce per trasformarsi in autocontrollo. È la logica del Panopticon di Bentham ripresa da Michel Foucault: non occorre che la sorveglianza sia continuamente esercitata; basta che l'individuo sappia di poter essere visto perché cominci a sorvegliare se stesso. Il potere, alla fine, non ha più bisogno di stare fuori dall'individuo: viene interiorizzato. 
È in questa prospettiva che l'Istituto di DAU assume il valore di un gigantesco laboratorio antropologico. Il sistema stabilisce le regole e l'individuo progressivamente vi si adatta. Il controllo diventa abitudine, la gerarchia diventa normalità, il privilegio diventa strumento di complicità. Il totalitarismo non appare soltanto come una violenza imposta dall'alto, ma come un sistema al quale gli esseri umani possono contribuire perché offre loro ordine, protezione e appartenenza. 
Il controllo più efficace non è quello che ti impedisce fisicamente di uscire. È quello che ti convince che è meglio non uscire. 
Dau cerca continuamente una via di fuga: nella scienza, nel sesso, nelle relazioni, nella trasgressione. Ma ogni fuga sembra riprodurre la stessa struttura dalla quale vorrebbe liberarsi. La libertà diventa così un movimento circolare. 
Ed è qui che il film incontra Fromm: l’uomo può desiderare la libertà e contemporaneamente avere paura di ciò che essa comporta. Può cercare l’autonomia e, nello stesso momento, desiderare qualcuno o qualcosa che decida al suo posto. 
DAU non sostiene semplicemente che il totalitarismo distrugga la libertà. Formula una domanda più inquietante:  ossia quanto del totalitarismo esiste già nel nostro bisogno di essere guidati, controllati, riconosciuti, protetti. 
Alla fine, ciò che resta di DAU non è tanto la ricostruzione dell’Unione Sovietica quanto la sensazione di trovarsi davanti a un esperimento sull’essere umano. 
Khrzhanovsky costruisce un mondo con precisione archeologica per poi sottoporlo alle leggi imprevedibili del desiderio, della paura, del potere e della memoria. Il suo cinema tenta di fare qualcosa di paradossale: ricreare il passato per verificare se il passato possa ancora produrre gli stessi esseri umani. Ed è proprio questa la sua forza, ma anche la sua inquietudine. 
Per denunciare un sistema fondato sul controllo, il regista costruisce a sua volta un dispositivo fondato sulle regole, sulla gerarchia e sull’osservazione. La contraddizione non è un difetto marginale dell’opera: è probabilmente il suo cuore. 
DAU finisce così per essere un esperimento sull’esperimento, una macchina che studia una macchina e, dentro entrambe, un uomo che tenta disperatamente di essere libero anche se non sa cosa farsene della libertà. 

La perfezione del potere tende a rendere inutile il suo esercizio effettivo.
Michel Foucault 
 
Questo film era in concorso ufficiale di 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica 2026

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