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Un Bon Petit Soldat
2026 • 102 min

Un Bon Petit Soldat

3.5
🤍 IMDb

Synopsis

 A 43 anni, Carla Moretti è una dirigente brillante, ambiziosa e instancabile. Appena nominata responsabile delle Risorse Umane di una grande compagnia assicurativa, entra in un universo nel quale il linguaggio del benessere, dell’inclusione e della valorizzazione delle persone sembra costituire la nuova grammatica dell’impresa. Il suo compito è apparentemente semplice: conciliare la cura dei dipendenti con le esigenze di performance e produttività imposte dalla direzione. 
Ma dietro la superficie impeccabile dell’azienda, Carla scopre progressivamente un sistema molto meno virtuoso. Un caso di management tossico mette in discussione la retorica dell’inclusione e la costringe a confrontarsi con una realtà nella quale la persona conta soltanto finché rimane funzionale agli interessi dell’organizzazione. 
Mentre il lavoro assorbe ogni sua energia, Carla deve fare i conti anche con la propria vita privata, con un marito e un figlio che rischiano di diventare vittime collaterali della sua dedizione professionale. Il confine fra responsabilità e obbedienza, fra compromesso e compromissione, diventa progressivamente più sottile, fino a quando Carla è costretta a interrogarsi non soltanto sul sistema che dirige, ma sulla propria stessa posizione al suo interno. 

Review

7 min read
Recensito da Beatrice · 09. September 2026
 L'oppressione, oltre un certo grado di intensità, non genera rivolta ma, al contrario, una tendenza quasi irresistibile alla completa sottomissione.
— Simone Weil 

Stéphane Brizé torna là dove il suo cinema ha trovato una delle sue ossessioni più fertili: il lavoro come luogo nel quale l'individuo scopre, spesso troppo tardi, la propria subordinazione. Dopo La Loi du marché, En guerre e Un autre monde, il regista francese continua a interrogare quel dispositivo apparentemente neutro chiamato azienda, dietro il quale si nasconde una delle forme più sofisticate del potere contemporaneo. Non più soltanto l'operaio, il licenziato, il sindacalista o il dirigente costretto a eseguire ordini che non condivide: questa volta Brizé porta la macchina da presa dentro le Risorse Umane, cioè proprio nel luogo in cui il capitalismo contemporaneo ha imparato a trasformare il dominio in linguaggio della cura. Ed è significativo che il film cominci con una menzogna. 
Un video aziendale dovrebbe celebrare l'immagine di un'impresa moderna, inclusiva, trasversale, capace di accogliere anche persone con disabilità. È il volto rassicurante della società contemporanea: nessuno escluso, tutti valorizzati, la diversità trasformata in un elemento di identità aziendale. Ma mentre la sala applaude quella rappresentazione edificante, l'amministratore delegato manifesta il proprio dissenso, preoccupato per l'effetto che quelle immagini potrebbero produrre sui clienti. 
È una scena apparentemente marginale, e invece contiene già tutto il film. Perché ciò che conta non è più ciò che l'azienda è, ma ciò che l'azienda deve sembrare. L'inclusione non è necessariamente una pratica: può diventare un'immagine. La diversità non è necessariamente riconoscimento dell'altro: può diventare un dispositivo di marketing. Il dipendente non è più soltanto una risorsa produttiva; è diventato anche un elemento della narrazione reputazionale dell'impresa. 
Brizé compie così un'operazione sottilissima: non denuncia semplicemente l'ipocrisia del capitalismo, ma mostra come il capitalismo contemporaneo abbia imparato a incorporare persino il proprio contrario. L'azienda può parlare di inclusione mentre produce esclusione, può parlare di benessere mentre organizza sofferenza, può celebrare la persona mentre la riduce a una funzione. 
È questa la vera materia di Un bon petit soldat: non la distanza fra ciò che viene detto e ciò che viene fatto, ma la trasformazione della menzogna in una forma perfettamente funzionale di verità sociale. 
Carla Moretti, interpretata da Alba Rohrwacher, è il personaggio attraverso il quale Brizé rende questa contraddizione più dolorosa. È una donna che ha costruito la propria identità sulla prestazione. Lavora molto, lavora bene, lavora sempre. Ma sotto l'apparente sicurezza della dirigente si nasconde quella che lo stesso Brizé individua come una profonda insicurezza e una persistente sensazione di non essere pienamente legittimata nel ruolo che occupa. Ed è qui che il film diventa più interessante di una semplice requisitoria contro l'impresa. 
Carla non è soltanto vittima del sistema: ne è anche, almeno inizialmente, una complice inconsapevole. Per essere riconosciuta deve adottarne il linguaggio. Deve imparare la lingua della forza, della performance, della disponibilità assoluta, della decisione. In altre parole, deve diventare ciò che il sistema pretende da lei per poter essere ammessa al suo interno. 
Il paradosso è crudele: per conquistare un posto nel mondo del potere, Carla deve progressivamente rinunciare proprio a quella vulnerabilità che avrebbe potuto renderla umana. 
Un bon petit soldat non è necessariamente colui che crede nella guerra, ma colui che esegue. Colui che continua ad avanzare perché fermarsi significherebbe perdere. Il vero soldato dell'impresa contemporanea non è necessariamente il dirigente cinico; può essere anche colui che continua a credere di poter rendere il sistema più umano dall'interno. 
E Carla è precisamente questo: una soldatessa dell'umanizzazione dell'azienda. 
La sua tragedia consiste nel comprendere lentamente che l'istituzione per la quale sta cercando di costruire una dimensione umana non è interessata all'umano in quanto tale. È interessata alla sua rappresentazione, alla sua utilità, alla sua redditività. 
Il film diventa così una riflessione sulla parola cura. Una parola che il capitalismo contemporaneo ha fatto propria con straordinaria abilità. Ci si prende cura dei dipendenti, della diversità, del benessere psicologico, dell'equilibrio fra vita e lavoro. Ma la cura stessa viene quasi sempre subordinata alla performance e al la cura controllo, anche attraverso quei ridicoli incontri di formazione e condivisione organizzati dalla dirigenza stessa. 
E le Risorse Umane diventano allora uno dei luoghi più ambigui dell'azienda contemporanea. Sono chiamate a proteggere le persone, ma devono farlo senza mettere in discussione il dispositivo che produce il loro disagio. Devono ascoltare, ma senza necessariamente poter intervenire. Devono costruire fiducia mentre obbediscono a chi misura tutto attraverso numeri, risultati e profitti. 
Il dramma di Carla nasce esattamente da questa schizofrenia. 
Brizé, del resto, conosce bene questa zona grigia. Nei suoi film sul lavoro non ha mai rappresentato il conflitto come una semplice contrapposizione fra buoni e cattivi: il suo interesse è piuttosto rivolto ai meccanismi attraverso i quali persone apparentemente normali finiscono per diventare ingranaggi di un sistema che nessuno, individualmente, sembra davvero governare. Ma in Un bon petit soldat c'è un ulteriore livello di crudeltà: il sistema non ha più bisogno di mostrarsi violento. Gli basta essere gentile
Basta un video aziendale. Una parola come inclusione. Un programma di welfare. Una campagna sulla diversità. Una riunione in cui tutti dichiarano di essere d'accordo. È una violenza diventata amministrativa, educata, sorridente. Non urla: presenta slide. Non minaccia: convoca riunioni. Non licenzia necessariamente in modo brutale: costruisce condizioni nelle quali l'individuo finisce per sentirsi responsabile della propria stessa sconfitta. 
Ed è proprio questa assenza di un carnefice riconoscibile a rendere efficace il cinema di Brizé. 
La vicenda privata di Carla amplifica ulteriormente questa frattura. La donna che deve prendersi cura del benessere degli altri non riesce più a prendersi cura del proprio figlio. La professionista che dovrebbe ricomporre le vite degli altri vede progressivamente disgregarsi la propria. La dirigente incaricata di amministrare l'equilibrio altrui non possiede più alcun equilibrio da amministrare. 
La domanda non riguarda soltanto Carla. Riguarda una società nella quale il lavoro ha smesso di essere semplicemente ciò che facciamo per vivere e ha cominciato a diventare ciò attraverso cui dimostriamo di meritare di vivere come vogliamo. 
Il lavoro diventa identità. L'identità diventa prestazione. La prestazione diventa valore. E il valore, infine, diventa una cifra. 
In questa progressiva riduzione dell'umano al misurabile, Brizé individua una forma contemporanea di alienazione. Non siamo più soltanto alienati perché qualcuno possiede il nostro lavoro: siamo alienati perché finiamo per interiorizzare lo sguardo di chi lo misura. E Carla è già diventata il proprio controllore. 
Il film è dunque meno interessato a smascherare l'azienda che a mostrare il momento terribile in cui una persona comprende di essersi trasformata nel linguaggio dell'istituzione che avrebbe dovuto governare. 
Da questo punto di vista, Un bon petit soldat mostra un mondo perfettamente razionale nel quale l'assurdità nasce proprio dall'eccesso di razionalità. Tutto funziona. Le procedure funzionano. Gli obiettivi funzionano. Le gerarchie funzionano. La comunicazione funziona. A non funzionare più è l'essere umano. È lì che comincia l'esclusione. 
Brizé non ha bisogno di proclamare una morale. Gli basta osservare la superficie lucida dell'impresa finché comincia a incrinarsi. E sotto quella superficie compare il vecchio principio che governa il nuovo capitalismo: non importa quanto l'azienda parli di persone, purché continui a produrre profitto. 
L'inclusione diventa allora una merce, la vulnerabilità, un'immagine, la cura, una strategia, la diversità, un brand e l'essere umano, ancora una volta, una variabile. 
In questo senso Un bon petit soldat non racconta soltanto la caduta di Carla. Racconta qualcosa di più disturbante: il momento in cui si comprende che il sistema non ci chiede necessariamente di essere cattivi, chiede soltanto diventare dei bravi soldati. 

La prima condizione della lealtà verso un'organizzazione è dunque la complicità.
— David Graeber
 
Questo film era in concorso ufficiale di 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica 2026

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