2026 • 116 min
Mr. Nelson, Did You Kill People?
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Synopsis
Nato da una famiglia indigente di New York, Allen Nelson sceglie di arruolarsi nei Marines a soli diciotto anni, vedendo nella carriera militare un’occasione di riscatto dalla povertà e dalle discriminazioni. Inizialmente di stanza a Okinawa, presso Camp Hansen, nel 1966 viene spedito al fronte in Vietnam, animato dal desiderio di dimostrare il proprio valore come gli eroi dei film. La realtà del conflitto, tuttavia, si rivela ben diversa dalle sue aspettative di gloria. Con la giustificazione delle infiltrazioni dei Viet Cong tra la popolazione civile, individui di qualunque età finiscono nel mirino, spingendolo a compiere uccisioni all’interno di uno scenario di inaudita ferocia. Ritornato a casa a ventitré anni, si ritrova prigioniero di un incubo continuo, fatto di notti insonni e giorni tormentati dalla memoria delle atrocità vissute. Incapace di sopportare l’oscurità e i rumori improvvisi, assiste al progressivo sgretolamento dei propri affetti, fino a finire a vivere per strada. In questa condizione di totale isolamento, l’unica figura di riferimento resta il dottor Daniels, psichiatra di una struttura sanitaria per reduci di guerra, che gli garantisce supporto e un percorso terapeutico.
Review
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Recensito da Achille
· 09. September 2026
Dalla domanda “Mr. Nelson, hai ucciso delle persone?” a “Perché hai ucciso?”
È la domanda che lo psicologo continua a rivolgergli. Allen risponde in diversi modi, tutti ugualmente evasivi: perché dovevo, perché ero un soldato, perché ero in guerra. Tutte risposte lontane dall’unica verità: Allen uccideva perché voleva.
Una risposta cruda e sincera, frutto di un’attenta esplorazione della propria psiche logorata. Una presa di coscienza che non fa altro che aprire un’altra porta su un vuoto ancora più profondo e oscuro. Per vincere una guerra non servono uomini, ma macchine. Per vincere la guerra bisogna vedere il nemico come qualcosa di non umano. La guerra diventa disinfestazione. La morte, l’esito di un ordine portato a termine.
Tre regole vengono dettate quando Allen viene reclutato: “Non pensare”, “Esegui gli ordini”, “Uccidi”. Un sistema finemente elaborato, che non costringe, non forza, non impone, ma persuade, indottrina, addomestica.
Può quindi davvero incolparsi fino in fondo per le atrocità commesse?
La volontà, la libertà di scegliere si riducono a illusioni in un sistema che ti permette di decidere soltanto tra opzioni da esso già preselezionate.
Per questo Allen va su tutte le furie e decide di tenere un incontro a scuola quando Sean, il figlio della sua compagna, manifesta l’intenzione di arruolarsi: non può permettergli di cadere nella sua stessa trappola. Non può permettergli di azionare il primo ingranaggio di un sistema spaventosamente infallibile.
Dopo il suo rientro dal Vietnam, Allen prova a tornare a vivere una vita serena, ma per farlo deve prima tornare a essere umano.
Dimenticare non è un’opzione. Il cibo ammuffito nella spazzatura gli ricorda le pile di cadaveri. I suoni forti e improvvisi gli ricordano le imboscate.
Attraversare il proprio dolore attraverso l’immagine riflessa allo specchio si presenta come l’unica opzione. E la psicoanalisi fa esattamente questo. Allen ripercorre la propria trasformazione da uomo ad automa: dal momento in cui gli sembra impossibile premere un grilletto quando ha qualcuno nel mirino, fino a non esitare nemmeno ad aprire il fuoco su donne e bambini innocenti.
La guerra è morte. È morte per chi smette di essere vivo, ed è morte per chi smette di essere umano.
Significativo è il momento del parto, uno scontro emblematico tra Eros e Thanatos. Funge da innesco, portando la psiche di Allen al limite. Il soldato entra in una buca scavata dai Viet Cong. Lì trova una donna, una ragazza in travaglio. Allen dovrebbe ucciderla. Ma frena la propria parte di macchina omicida. La aiuta a partorire. E lei, inconsapevolmente, lo aiuta a riflettere.
Se la vita non è soltanto l’inizio di una serie di reazioni chimiche, perché la morte dovrebbe essere soltanto la loro cessazione? L’inizio di una vita è un evento straordinario, tenero e speranzoso, tanto quanto la fine di essa è straziante, cruda e destabilizzante.
Allen, nelle sedute, si aggrappa disperatamente alla logica, cercando una razionalizzazione; ma la sua parte irrazionale non può, anzi, non vuole andare avanti. L’anima è prigioniera di un trauma insanabile.
È da questa frattura interna che nasce il bisogno di raccontarsi, trasformando gli incontri di condivisione in confessione.
Gli incontri assumono così una duplice valenza: da un lato sono per lui un modo di aiutare la società, smascherando ogni illusione e ogni falsa speranza attribuita alla guerra; dall’altro, sotto l’impegno del servizio civile, batte un’esigenza più viscerale.
I racconti pubblici finiscono così per rivelarsi la sua sola terapia: gli unici momenti in cui Allen non crolla sotto il peso della memoria sono quelli in cui si spoglia di ogni difesa e affronta la vertigine dei propri crimini.
Tuttavia, questa cura si trasforma presto in un’ossessione, in una vera e propria dipendenza emotiva.
Evocando i grandi dilemmi dell’etica e della filosofia morale, esplorati ampiamente in The Basics of Philosophy, sorge allora l’interrogativo fondamentale: l’assoluzione personale è davvero possibile?
In consonanza con il film appena citato, la parabola di Allen dimostra che la parola e la logica possono momentaneamente sedare il demone della colpa, ma mai cancellarlo. Non importa quanti incontri terrà: la ferita rimarrà aperta.
Questo film era in concorso ufficiale di 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica 2026