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Eyes Wide Shut
1999 • 159 min

Eyes Wide Shut

4.5
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Synopsis

 Vienna, 1926. Ma la città è New York, 1999. Kubrick sposta la geografia ma conserva l'anatomia dell'opera: Traumnovelle — Doppio Sogno — di Arthur Schnitzler, medico viennese e narratore dell'inconscio borghese, scritto nello stesso decennio in cui Freud costruiva la sua teoria del desiderio. Il romanzo e il film condividono la stessa architettura notturna: una coppia, una confessione, un uomo che parte alla ricerca di qualcosa che non sa nominare, e torna senza aver trovato nulla — o forse avendo trovato tutto. 
Bill e Alice Harford sono una coppia benestante di Manhattan. Lui è medico stimato; lei ha abbandonato una carriera nel mondo dell'arte. Vivono in un appartamento grande, hanno una figlia, vanno alle feste giuste. La vita corre su binari lucidati. Una sera, dopo una cena elegante a casa del magnate Victor Ziegler, tornano a casa leggermente ubriachi e si siedono a fumare. Inizia, quasi per gioco, una conversazione sulla fedeltà. Bill confessa di aver quasi ceduto alle avances di due modelle alla festa di Ziegler, convinto che Alice ne riderà, che si sentirà rassicurata dalla sua trasparenza. Alice invece ride — ma in modo diverso. Con una compostezza che è la maschera di qualcosa di più profondo, racconta di un ufficiale di marina incontrato l'estate precedente in un albergo. Un uomo visto una sola volta. Al quale aveva pensato così intensamente, così completamente, da essere disposta — in quel momento, dentro di sé — ad abbandonare tutto: marito, figlia, vita intera. Per lui. Per quella notte. Per quella possibilità. 
Bill rimane pietrificato. Non perché Alice abbia tradito — non c'è stato alcun tradimento fisico — ma perché ha appena scoperto che sua moglie è un continente sconosciuto. Che dentro di lei vivono desideri di una profondità e di una radicalità che lui non aveva mai immaginato. Il suo mondo crolla non per un fatto ma per una fantasia — e la fantasia è reale quanto i fatti, forse di più. 
Da quel momento Bill si lancia in un'odissea notturna attraverso New York. Una paziente muore, lui va al capezzale. La figlia del defunto gli dichiara amore. Incontra una prostituta. Retrova un vecchio compagno di studi, Nick Nightingale, che ora suona piano in un locale e quella notte deve esibirsi in una villa fuori città, bendato, per una cerimonia segreta. Bill si procura un mantello e una maschera e si infiltra. Ciò che trova è un rituale erotico di élite: maschere veneziane, mantelli scarlatti, musica liturgica distorta, corpi. Una donna mascherata lo avvicina, gli dice di andarsene, che è in pericolo. Viene smascherato — letteralmente e simbolicamente — davanti all'assemblea. La stessa donna si offre di pagare il prezzo al suo posto. 
Tornato a casa, Bill scopre una serie di conseguenze: Nick è scomparso, trascinato via dalla villa. Mandy, la modella trovata in overdose da Ziegler durante la festa del primo giorno, è morta. La maschera che aveva usato appare sul cuscino accanto ad Alice che dorme. Ziegler, convocato in privato, gli spiega tutto con la voce rassicurante di chi mente benissimo: era solo una festa privata, nessun pericolo reale, la donna era Mandy, già condannata dalla sua vita spericolata. Bill non sa se credergli. Non lo sappiamo nemmeno noi. 
L'ultimo giorno Bill racconta tutto ad Alice. Alice ascolta. Piange. Poi dice, al mattino seguente in un negozio di giocattoli con la figlia che gira tra gli scaffali, che c'è una cosa sola da fare: fuck. Non "fare l'amore", non "ricominciare", non "perdonarsi". Una parola sola, cruda, definitiva. Il film finisce lì. 

Review

10 min read
Recensito da Beatrice · 21. June 2026
 L'amore è dare ciò che non si ha a qualcuno che non lo vuole. 
Jacques Lacan 

Schnitzler: il medico che sapeva sognare 
Prima di Kubrick c'è Schnitzler, e capire Schnitzler è indispensabile per capire il film. Arthur Schnitzler era quello che Freud chiamò, in una lettera famosa, il suo Doppelgänger — il suo sosia. Non per caso: entrambi erano medici viennesi dell'epoca asburgale, entrambi ossessionati dall'inconscio, dalla sessualità, dalla ipocrisia della borghesia colta. Ma dove Freud costruiva sistemi, Schnitzler narrava. Dove Freud classificava, Schnitzler ascoltava. 
Traumnovelle — che Kubrick inseguì per decenni prima di riuscire a portarlo sullo schermo — è un'opera che si interroga sulla struttura stessa del desiderio all'interno del matrimonio borghese. Non è un romanzo sul tradimento: è un romanzo sull'abisso tra due persone che si credono vicine. Schnitzler aveva una capacità rara, quasi scandalosa per la sua epoca: sapeva scrivere le donne dall'interno. Non come oggetti del desiderio maschile, non come proiezioni, non come enigmi da risolvere — ma come soggetti autonomi con una vita interiore che eccedeva qualsiasi schema che gli uomini avessero elaborato per contenerle. 
Albertine — che diventa Alice nel film — non è la moglie fedele che oscilla tra virtù e tentazione. È una donna che ha già vissuto, dentro di sé, un'esperienza di abbandono totale. La sua confessione non è una confessione di colpa: è una rivelazione ontologica. Dice al marito, in sostanza, che la fedeltà fisica non esaurisce la complessità di ciò che è. Che il desiderio femminile non funziona come il desiderio maschile — non si appaga di fantasie controllate, di avventure sicure, di eccitazioni addomesticate. Ha una sua radicalità, una sua disponibilità al rischio totale, che l'uomo non ha strumenti per comprendere. 

"Se voi uomini sapeste..." 
La scena della confessione è il cuore sismico del film, e ruota attorno a una frase di Alice che innerva tutto il suo discorso: se voi uomini sapeste. Se sapeste cosa pensiamo, cosa desideriamo, cosa siamo capaci di volere. L'ufficiale di marina non è mai stato toccato. Non c'è stata nessuna parola tra loro, nessun contatto. Eppure Alice era pronta — nella verità più intima di se stessa — a sacrificare ogni cosa alla possibilità di una notte con lui. 
Questo è ciò che Bill non riesce a processare. Non il fatto, ma la portata. Non il tradimento, ma la profondità del desiderio che sua moglie porta in sé e che lui non ha mai visto, né intuito, né cercato. La sua odissea notturna nasce da qui: da un uomo che cerca di capire qualcosa che non ha categorie per comprendere, e che nel tentativo di imitare — di andare anch'egli verso il desiderio proibito — scopre che il suo desiderio è fondamentalmente reattivo, performativo, ego-centrico. Va dalla prostituta ma non conclude. Vuole infiltrarsi all'orgia ma viene espulso. Cerca la donna misteriosa ma la trova già morta. Ogni mossa è un fallimento, e ogni fallimento è una rivelazione. 
Il desiderio femminile nel film — e nel romanzo di Schnitzler prima — è strutturato in modo radicalmente diverso da quello maschile. Non è orientato all'oggetto in modo diretto e meccanico. Ha una dimensione totale, una disponibilità all'abbandono di sé che Jacques Lacan avrebbe chiamato jouissance — un godimento che supera il piacere, che va oltre il principio di realtà, che non si lascia addomesticare dalla logica dello scambio. L'uomo che cerca di possedere questo mistero lo distrugge. L'uomo che lo ignora vive in una relazione con un fantasma. Non esistono buone soluzioni — solo gradi diversi di incomprensione. 

La maschera come volto vero 
Il titolo originale del romanzo di Schnitzler — Doppio Sogno — è il codice segreto dell'opera. Tutto ciò che accade nel film è reale e insieme onirico, verificabile e inafferrabile. La villa di Somerton con le sue cerimonie è reale? La morte di Mandy è collegata all'infiltrazione di Bill? Nick Nightingale è davvero scomparso o si è semplicemente dileguato? Ziegler mente o dice la verità? Kubrick non risolve nessuna di queste domande, e la scelta non è evasione narrativa ma posizione filosofica: il sogno e la veglia non hanno confini netti, il desiderio e la realtà si contaminano, e ciò che crediamo di sapere sulle persone che amiamo è sempre, in parte, una costruzione che ci protegge dall'abisso. 
La maschera venetiana — che Bill indossa per infiltrarsi alla cerimonia e che riappare poi sul cuscino di Alice — è l'immagine-chiave del film. Nella tradizione carnevalesca, la maschera nasconde il volto. In Schnitzler e Kubrick, la maschera rivela qualcosa che il volto nudo non può mostrare: il desiderio autentico, la vita parallela, il sé che la vita borghese ordinata ha imparato a sopprimere. Indossare la maschera è l'unico modo per accedere alla cerimonia — cioè alla verità. Ma Bill viene smascherato. Il volto nudo in un luogo di maschere è il segno dell'estraneo, di chi non appartiene, di chi non sa. 

L'orgia come rito di potere 
La sequenza di Somerton è spesso letta come una scena di erotismo esplicito, ma è in realtà qualcosa di più preciso e più perturbante: è un rituale di potere. Gli uomini in mantello scarlatto che guardano — che giudicano — le donne nude che danzano al centro: la struttura è quella di un tribunale, di una cerimonia religiosa, di un'assemblea di iniziati. Il sesso non è il fine ma il linguaggio — il modo in cui questa classe di potere celebra se stessa, la propria impunità, la propria separazione dalle regole che valgono per gli altri. 
Questa lettura diventa devastante nella prospettiva contemporanea. Somerton non è una fantasia erotica: è Epstein Island, è Harvey Weinstein, è ogni struttura di potere maschile che usa la sessualità come moneta di scambio e come strumento di controllo. Kubrick — che chiuse il montaggio nel 1999 poche ore prima di morire — aveva intuito con decenni di anticipo la forma precisa dello scandalo che avrebbe sconvolto la coscienza collettiva nel decennio successivo. 

La musica come inconscio del film 
Se il film ha un'anima invisibile, quella anima è la musica. Kubrick — come già in 2001 — usa la musica non come tappeto emotivo ma come struttura di pensiero parallela alle immagini. 
Il pezzo centrale è Masked Ball di Jocelyn Pook: un canto liturgico ortodosso romeno registrato e poi riprodotto al contrario, sovrapposto a una base ritmica ipnotica. La scelta è programmatica: è musica sacra resa profana per inversione, è il rito religioso trasformato in rito erotico, è il cielo portato sottoterra. Quella musica dice ciò che le immagini mostrano — che la cerimonia di Somerton è una messa nera, che il potere si celebra con gli stessi gesti con cui ci si inginocchia davanti a Dio. 
Baby Did a Bad Bad Thing di Chris Isaak apre il film su corpi che si muovono nell'oscurità — tono blues, voce che porta il dolore del desiderio trasgressivo come una cicatrice. È la tonalità emotiva dell'intera opera: qualcosa è stato fatto, qualcosa di sbagliato e irrinunciabile, e adesso bisogna convivere con le conseguenze. 
Il valzer distorto che accompagna le sequenze oniriche, le note di pianoforte sparse e sospese di Shostakovich: la musica in Eyes Wide Shut non fa mai ciò che ci si aspetta, non risolve mai la tensione, non porta mai alla risoluzione armonica. Rimane sospesa, come le domande del film, come il matrimonio di Bill e Alice all'alba dell'ultimo giorno. 

La contemporaneità come ferita aperta 
Eyes Wide Shut uscì nel 1999 e fu frainteso in modi spettacolari. Troppo lento, dissero alcuni. Troppo poco erotico per essere un film sul desiderio, dissero altri. Ma il film non era per il 1999. Era per dopo. 
La domanda che pone — quanto conosciamo davvero le persone con cui viviamo? — è diventata più urgente nell'era dei social media, dove ognuno curava una versione pubblica di sé sempre più distante dalla vita interiore reale. La rivelazione di Alice a Bill è la struttura di ogni messaggio non inviato, di ogni conversazione avuta solo nella propria testa, di ogni desiderio tenuto segreto non per malvagità ma perché non esiste linguaggio condiviso per dirlo. 
Il tema del potere sessuale delle élite ha trovato riscontri concreti e brutali nella cronaca reale degli anni successivi, rendendo Somerton meno fantasia e più documento. E la domanda sul desiderio femminile — quella dimensione altra, quella jouissance che eccede il linguaggio maschile — è al centro di decenni di riflessione femminista, da Luce Irigaray a Julia Kristeva: il femminile come ciò che non si lascia ridurre alla logica fallologocentrica, come un'esperienza del corpo e del desiderio che ha la sua propria grammatica, incomprensibile dall'esterno. 

Non è necessario allontanarsi troppo da Kubrick per trovare opere che abitano lo stesso territorio con precisione quasi involontaria. 
45 Years di Andrew Haigh — uscito sedici anni dopo Eyes Wide Shut ma costruito sulla stessa frattura — racconta un matrimonio di quattro decenni e mezzo che regge finché rimane ignoto: è il bagliore improvviso della conoscenza a farlo crollare, non un tradimento, non una menzogna deliberata. Un corpo ritrovato nel ghiaccio delle Alpi, una fotografia in soffitta — e Kate scopre di aver condiviso una vita intera con qualcuno che avrebbe potuto scegliere altrove. Come Alice e Bill, i due coniugi si scoprono estranei nel momento stesso in cui credevano di essere più vicini. La domanda che i due film formulano è identica: cosa tiene insieme due persone, se non la reciproca ignoranza dell'altro? Kierkegaard e il dramma della scelta aleggia su entrambe le opere — la scelta che si fa, quella che non si fa, e l'impossibilità di sapere mai quale delle due fosse quella vera. 
Paradise: Love di Ulrich Seidl occupa il versante opposto e complementare. Teresa, cinquantenne austriaca sola che in Kenya chiede al giovane di turno di essere toccata con delicatezza, è il rovescio speculare di Alice: mentre Alice porta in sé un desiderio di abbandono totale che il marito non sa vedere, Teresa cerca qualcuno disposto a riconoscere quel desiderio — e trova solo il mercato. Seidl mostra con brutalità documentaristica ciò che Schnitzler aveva intuito narrativamente: là dove si scambia il più personale con il più impersonale, non c'è libertà ma schiavitù travestita da scelta. Entrambi i film dicono che il femminile vuole qualcosa che le strutture disponibili — il matrimonio borghese, il turismo sessuale — non sono attrezzate per contenere. Kubrick lo mostra dall'interno di un appartamento di Manhattan. Seidl lo mostra su una spiaggia del Kenya. La distanza è abissale. La domanda è la stessa. 

L'ultima parola di Eyes Wide Shut 
Il film si chiude con una parola sola, pronunciata da Alice in un negozio di giocattoli, con la figlia che gioca tra gli scaffali natalizi e la luce del giorno che entra dalle vetrine. Fuck. Non è volgarità, non è provocazione: è precisione. È l'unica parola che contiene insieme tutto ciò che il film ha attraversato — il desiderio, il corpo, il rischio, la realtà — senza le mediazioni con cui il linguaggio borghese solitamente ammorbidisce, raffina, edulcora. Alice, ancora una volta, dice la verità. Ancora una volta, Bill deve imparare a sentirla. 
Schnitzler sapeva — e Kubrick lo aveva capito — che il mistero del femminile non è un difetto della comunicazione. Non si risolve parlandosi di più, andando in terapia di coppia, essendo più trasparenti. È una differenza costitutiva, strutturale, forse insuperabile. E l'unica risposta onesta non è la comprensione ma il rispetto per ciò che non si può comprendere — la capacità di stare di fronte all'altro come di fronte a qualcosa di reale, irriducibile, vivo. Un continente che non si colonizza. Un sogno che non si interpreta fino in fondo. Un'odissea che non ha mappa. 

Il femminile è ciò che resiste alla rappresentazione maschile del mondo. 
Luce Irigaray 
 
 
 

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