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Kami Nour
2026 • 87 min

Un pò di luce

Kami Nour
4.0
🤍 IMDb

Synopsis

 Un medico iraniano, dopo essere stato arrestato e aver visto chiudere il proprio ambulatorio, perde progressivamente ciò che per lui dava forma all’esistenza: il lavoro, la possibilità di curare, l’identità professionale e, con essa, una precisa idea etica di sé. Quando la medicina gli viene sottratta non perde soltanto un mestiere, ma la funzione attraverso cui si sentiva necessario agli altri. E così decide di morire. 
 
Prima di farlo, però, vuole mettere ordine. Non tanto nella propria vita quanto in ciò che resterà dopo di lui. Inizia allora un ultimo viaggio attraverso la famiglia: incontra il fratello al quale affida il gatto, le sorelle alle quali consegna le piante, distribuisce oggetti, responsabilità, piccoli frammenti della propria quotidianità. E persino i pazienti entrano, indirettamente, in questo meticoloso inventario dell’assenza. È come se il suicidio dovesse essere preceduto da una contabilità domestica, una sorta di amministrazione burocratica della propria morte. 
 

Review

8 min read
Recensito da Beatrice · 11. September 2026
 Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. 
Albert Camus
 
Fuori non si vede molto anche se l’Iran vive sotto la minaccia della guerra. I bombardamenti e la precarietà politica irrompono solo attraverso battute sarcastiche sulle “ verita” di Trump e mentre un uomo organizza con scrupolo la propria scomparsa, il mondo continua a perpetrare il sistema di potere. Anche l’assurdo geopolitico finisce così per assumere una dimensione ironica nelle risposte del protagonista, che sembra avere ormai raggiunto quella zona dell’esistenza in cui persino la catastrofe collettiva appare meno incomprensibile della propria. 
 
Il tempo si restringe fino all’ultima cena con la madre e i fratelli. Tutti, tranne la madre, conoscono la ragione di quella riunione. Lei mangia, parla, osserva. Gli altri tacciono. Nel silenzio della tavola, più eloquente di qualsiasi confessione, il progetto di morte comincia lentamente a incrinarsi. 
 
Non accade nulla di spettacolare. Nessuna conversione, nessun miracolo. Soltanto una serie di gesti, presenze, necessità e legami che restituiscono all’uomo la percezione di essere ancora parte di qualcosa. Forse amato. Ma soprattutto ancora utile. 
 
 
Un film che in modo radicale interroga il motivo per cui continuiamo a vivere. 
E lo fa senza ricorrere né alla retorica della speranza né alla pornografia emotiva del dolore. Il suo protagonista è un medico al quale il potere ha sottratto la possibilità di esercitare la professione dopo un arresto e la chiusura dell’ambulatorio. Ma ciò che gli viene confiscato non è semplicemente un posto di lavoro: è la possibilità di essere ciò che credeva di essere. 
 
Il medico non è più medico. E quando la società gli impedisce di curare, gli sottrae anche una parte essenziale della sua relazione con il mondo. 
 
È qui che Asgari compie la prima operazione davvero interessante del film: trasforma una condizione politica in una crisi ontologica. Il problema non è soltanto vivere in un Paese economicamente esausto, politicamente instabile, sottoposto alla minaccia della guerra e alla violenza di un sistema capace di decidere chi può lavorare, chi può parlare, chi può curare. Il problema è che, quando una persona viene privata della possibilità di esercitare ciò attraverso cui riconosce il proprio valore, anche la vita rischia di diventare una professione 
Ma Asgari non costruisce la scelta suicida come gesto spettacolare. Lo tratta quasi come una pratica amministrativa. Bisogna sistemare le cose. Consegnare il gatto al fratello. Dare le piante alle sorelle. Pensare ai pazienti. Distribuire gli oggetti. Lasciare istruzioni. Fare ordine. 
La morte diventa così l’ultima incombenza. 
Ed è precisamente qui che il film trova il suo umorismo più nero. Le reazioni del protagonista, spesso asciutte, spiazzanti, quasi impassibili, producono un cortocircuito di straordinaria efficacia: l’assurdità privata del suicidio incontra l’assurdità pubblica della guerra. 
 
Morire individualmente o essere uccisi collettivamente sembrano diventare, per un istante, due versioni differenti dello stesso mondo incapace di attribuire valore alla vita. 
 
E tuttavia Kami nour non è un film nichilista. 
È molto più sottile. 
Perché Asgari comprende che il nichilismo autentico non consiste necessariamente nel desiderare la morte. Può consistere anche nel non riuscire più a percepire la propria necessità. 
 
Il protagonista non sembra infatti chiedere alla vita di essere felice. Chiede qualcosa di più elementare e forse di più difficile: avere ancora una ragione per sentirsi necessario. 
 
Il suo ultimo giorno diventa allora un paradossale percorso di verifica. Incontra le persone alle quali dovrebbe dire addio e, proprio nel tentativo di congedarsi, scopre quanto sia ancora presente nelle loro vite. 
Il gatto che non mangia senza di lui, le piante, i pazienti, la famiglia. 
 
Sono tutte forme differenti della stessa evidenza: nessuno esiste completamente per sé. 
 
Qui il film sfiora una questione enorme senza mai trasformarla in una lezione di vita. La libertà individuale, persino quella estrema di decidere della propria morte, non è mai completamente individuale. Ogni esistenza è una rete di conseguenze. Ciò che chiamiamo “io” è anche ciò che gli altri hanno depositato dentro di noi e ciò che noi abbiamo depositato dentro di loro. 
 
Il suicidio, dunque, non viene presentato come un semplice atto privato. Non perché il film voglia giudicarlo, ma perché vuole mostrarne l’impossibile solitudine. 
 
Durante la cena i fratelli sanno la madre non sa: questa semplice asimmetria produce una tensione quasi insostenibile. La tavola diventa un luogo sospeso fra la normalità e l’irreparabile. Si mangia mentre tutti sanno che uno dei presenti ha già deciso di non esserci più. 
 
E Asgari ha l’intelligenza di non spiegare ciò che potrebbe essere spiegato. 
Lascia che siano i corpi, le pause, gli sguardi e soprattutto il silenzio a parlare. 
 
La madre continua a essere madre perché ancora non conosce la verità. I fratelli continuano a essere fratelli perché la conoscono e non possono dirla. Il protagonista è contemporaneamente colui che sta per morire e colui che, per la prima volta dopo molto tempo, vede con una chiarezza quasi crudele quanto la sua presenza sia necessaria. 
Non è la felicità a salvarlo, è forse l’utilità. 
 
Una parola apparentemente poco nobile, persino brutale, ma che nel film acquista una densità esistenziale sorprendente. Essere utili significa essere ancora inseriti nel mondo. Significa che qualcuno ha bisogno di noi. Che una parte della realtà cambierebbe se noi scomparissimo. 
 
Forse è questa la metafora del titolo. 
Non una redenzione. Non la promessa di un futuro migliore. Non la guarigione dal dolore. 
Una luce minima, quasi indecente nella sua modestia. 
E vedere significa comprendere che sofferenza e felicità non sono necessariamente opposti come sostiene la sorella buddista. L’una non deve scomparire perché l’altra possa esistere. Si può essere devastati e, nello stesso tempo, amati. Si può vivere dentro una società insostenibile e trovare ancora un momento di autentica vicinanza. Si può non credere nel futuro e tuttavia scoprire che qualcuno conta ancora sul nostro presente. 
 
È forse questo il passaggio più maturo del film: Asgari non sostiene che la vita sia bella. Sarebbe una conclusione troppo facile e, soprattutto, falsa rispetto al mondo che rappresenta. 
 
Dice qualcosa di molto più interessante: la vita può essere insopportabile senza essere priva di senso. 
 
E il senso non necessariamente viene dall’alto, dalla politica, dalla religione, dal successo, dal denaro o da una qualche consolatoria promessa di felicità. Può nascere dal basso, dalla materia minima delle relazioni: una persona che aspetta, un gatto da affidare, una pianta da annaffiare, un paziente che ha ancora bisogno di essere curato, una madre che non sa ancora che il figlio sta pensando di morire. 
 
In questo senso il film è profondamente politico proprio perché non ha bisogno di trasformarsi in un pamphlet. 
 
L’Iran che Asgari racconta è un Paese nel quale la precarietà economica, l’oppressione politica, la guerra e l’incertezza sono diventate quasi una condizione atmosferica. Non è necessario che la catastrofe occupi ogni inquadratura: basta sapere che esiste. 
 
La guerra è fuori, la crisi è dentro e fra le due non esiste più una frontiera netta. 
 
Asgari, però, introduce nel dispositivo una forma di ironia che impedisce al film di precipitare nel miserabilismo. È un’ironia secca, persino crudele, che restituisce al protagonista una dignità non eroica. Quest’uomo non è un martire. Non è un simbolo ambulante della resistenza iraniana. Non è nemmeno il classico personaggio cinematografico che scopre improvvisamente una ragione per vivere. 
È un uomo stanco ed è proprio perché è stanco che il film riesce a essere così credibile. 
 
Misagh Zareh sostiene il personaggio con una prova attoriale straordinariamente contenuta. Il volto sembra spesso precedere la parola e contraddirla. La stanchezza non viene dichiarata: abita il corpo, il modo di guardare, la lentezza dei gesti, quella specie di cortesia ormai svuotata che appartiene a chi ha già cominciato a separarsi dal mondo. 
 
Anche gli altri interpreti lavorano dentro questa stessa economia espressiva. Nessuno cerca l’effetto. Nessuno forza la commozione. E proprio per questo, quando il film arriva alla cena, il silenzio pesa più di qualsiasi monologo. 
 
La regia di Asgari è coerente con questa scelta: essenziale, nitida, quasi pudica. Non cerca di abbellire la sofferenza né di estetizzare la miseria. Il film procede con una precisione quasi clinica, appropriata a un protagonista che è medico e che, paradossalmente, ha perso il diritto di esercitare proprio l’attività che definiva il suo rapporto con la vita. 
 
Anche formalmente Kami nour sembra quindi interrogare la medicina: curare non significa forse soltanto eliminare il dolore ma riconoscere che il dolore fa parte della condizione umana e che talvolta ciò che può essere restituito non è la salute, ma la relazione. 
 
Il medico che non può più curare gli altri scopre, nel corso della propria ultima giornata, che forse sono gli altri a curare lui. 
Il cinema, quando è davvero cinema, sa che le idee più semplici sono spesso quelle che abbiamo smesso di vedere. 
 
Kami nour significa, letteralmente, qualcosa che rimanda alla luce; A Bit of Light ne restituisce la dimensione internazionale. E il titolo è perfetto proprio perché non promette un’illuminazione totale. Solo un po’ di luce. Quanto basta per distinguere il bordo delle cose nel buio. 
 
Ali Asgari realizza così un film piccolo soltanto nelle dimensioni e enorme nelle implicazioni. Un film sul suicidio che non parla davvero della morte, un film sulla guerra che non ha bisogno di mostrarla continuamente, un film sull’Iran che riesce a parlare dell’Iran senza trasformarlo in cartolina del dolore, un film sulla famiglia che evita accuratamente ogni sentimentalismo. 
Soprattutto, un film sulla sopravvivenza che non ha nulla di edificante. 
 
 
La vita non ha alcun senso. Ma questo non ha la minima importanza. — Emil Cioran 
 
 
Questo film era in concorso ufficiale di 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica 2026

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