2026 • 80 min
NAZA
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Synopsis
NAZA entra in uno spazio osceno: quello in cui un essere umano può essere trasformato in una cifra, una casa in un bersaglio, una famiglia in una variabile statistica e un bombardamento in una procedura correttamente eseguita.
Il titolo è già una confessione involontaria. NAZA è un acronimo militare utilizzato dall’intelligence israeliana per indicare il numero di civili che si prevede possano essere uccisi durante un attacco aereo. La morte, dunque, non è soltanto prevista: viene contabilizzata prima ancora di accadere.
Review
6 min read
Recensito da Beatrice
· 10. September 2026
La triste verità è che la maggior parte del male viene compiuta da persone che non hanno mai deciso di essere né buone né cattive.
— Hannah Arendt
È qui che il film di Yuval Abraham e Rachel Szor assume una dimensione radicale. Perché il problema non è più soltanto chi uccide, ma che cosa accade alla responsabilità quando l’uccisione viene frammentata fra algoritmi, intelligence, droni, operatori, superiori, procedure e ordini. L’orrore contemporaneo non ha necessariamente bisogno del mostro. Gli basta una catena di competenze.
I due registi, israeliani, si collocano in una posizione particolarmente significativa e insieme paradossale. Possono realizzare questo film anche perché appartengono alla società che stanno accusando, perché hanno accesso a una lingua, a una cultura, a una rete di contatti e a un apparato informativo che per un palestinese di Gaza sarebbe semplicemente inaccessibile. È il paradosso del privilegio trasformato in dissidenza: soltanto chi possiede una certa prossimità al potere può talvolta riuscire a mostrarne le stanze interne.
Il film nasce infatti da tre anni di lavoro investigativo e dalle inchieste di +972 Magazine, Local Call e The Guardian, e porta davanti alla macchina da presa ventiquattro persone provenienti dall’apparato militare e dell’intelligence.
Ma i loro volti scompaiono. Restano le voci.
Ed è una scelta tutt’altro che ornamentale. Quelle voci sembrano provenire direttamente dalla macchina. Non sono più individui, ma funzioni. Non vediamo l’uomo che preme il pulsante, perché il sistema contemporaneo ha imparato qualcosa di molto più sofisticato della semplice crudeltà: ha imparato a distribuire la responsabilità fino a renderla quasi invisibile.
Eppure, proprio nelle testimonianze, emerge qualcosa di ancora più disturbante.
Alcuni raccontano la propria esperienza con una sorprendente leggerezza. Parlano della missione, della tecnologia, dell’efficienza, persino del piacere di colpire. La distruzione degli edifici può diventare uno spettacolo osservato attraverso uno schermo; il drone consente di assistere alla morte senza trovarsi fisicamente davanti al morto; l’intelligenza artificiale produce bersagli; la sorveglianza dei telefoni permette di trasformare una popolazione intera in un’enorme mappa di informazioni. La distanza fisica diventa distanza morale.
E quando la distanza morale diventa sufficiente, l’assassinio può perfino assumere la forma del divertimento.
È probabilmente questo il passaggio più agghiacciante di NAZA: non la scoperta che esistano esseri umani capaci di uccidere, ma la scoperta della facilità con cui un apparato tecnologico può insegnare a non percepire più l’altro come essere umano.
La tecnologia, allora, non è il problema. È il nuovo alibi.
L’intelligenza artificiale non decide da sola chi deve morire. Sono uomini a costruire gli algoritmi, a stabilire le soglie, a validare i risultati, a scegliere quando trasformare una previsione in un attacco. La macchina non elimina la responsabilità: la rende soltanto più comoda da negare.
È in questo punto che NAZA entra inevitabilmente in rapporto con la memoria dell’Olocausto. Non perché il film stabilisca un’equivalenza storica semplicistica — che sarebbe storicamente e concettualmente insostenibile — ma perché riapre una domanda che la memoria di Auschwitz ha reso irreversibile: come può una società trasformare l’uccisione dell’altro in un’attività amministrativa, razionale, organizzata e persino moralmente accettabile per chi la esegue?
La questione non è dunque soltanto la violenza ma la normalizzazione della violenza; l linguaggio la rende sopportabile e il sistema permette a qualcuno di dire di avere semplicemente svolto il proprio lavoro.
E qui NAZA diventa quasi una prosecuzione tecnologica di quella terribile banalità della responsabilità spezzettata che la storia del Novecento ha già conosciuto. Non Auschwitz ripetuta, non la Shoah trasferita altrove, ma la domanda eternamente contemporanea su quanto sia facile costruire un apparato nel quale nessuno si senta veramente responsabile di ciò che tutti insieme producono.
La forza del documentario sta anche nel non trasformare tutti gli intervistati in caricature del male. Alcuni sembrano prendere lentamente coscienza di ciò a cui hanno partecipato; altri rimangono dentro una zona moralmente anestetizzata; altri ancora continuano a considerare la propria attività come una missione privilegiata, quasi un’élite professionale alla quale è stato concesso di partecipare a qualcosa di eccezionale.
È proprio questa parola — privilegio — a diventare mostruosa.
Perché il privilegio di poter colpire senza vedere chi si colpisce, di poter osservare una città da un monitor, di poter conoscere in anticipo il numero previsto dei morti, produce una forma di impunità psicologica prima ancora che giuridica.
In questa trasformazione semantica risiede forse la vera tragedia che NAZA porta sullo schermo: la morte dell’altro diventa progressivamente incapace di produrre scandalo proprio perché è stata resa compatibile con la normalità amministrativa.
Anche la scelta di filmare di notte i tetti di Tel Aviv è significativa. Sopra la città israeliana apparentemente ordinaria, mentre la vita continua, esiste un’altra città invisibile fatta di schermi, intelligence, ordini e traiettorie. Tel Aviv dorme, mentre altrove qualcuno calcola quanti esseri umani potranno morire. La distanza geografica diventa un deterrente.
E NAZA compie un’operazione ancora più forte: costringe lo spettatore a confrontarsi non con l’immagine della vittima, che almeno conserva la capacità di suscitare pietà, ma con la voce di chi ha partecipato al meccanismo. È una scelta anti-catartica. Non permette allo spettatore di sentirsi moralmente superiore. Lo obbliga ad ascoltare la normalità con cui l’impensabile può essere raccontato da chi lo ha fatto.
Il documentario mostra inoltre, con un’ironia tanto amara quanto involontaria, che mentre si celebra il Giorno della Memoria della Shoah — ricordando come la burocrazia, il linguaggio tecnico e l’obbedienza possano trasformare gli esseri umani in numeri — altrove quegli stessi meccanismi sembrano ripresentarsi sotto forma di algoritmi, coordinate e “vittime previste”.
Il documentario diventa così una riflessione sulla morte della coscienza nell’epoca dell’automazione.
Non serve più odiare qualcuno per ucciderlo è sufficiente considerarlo un obiettivo.
Non si è più crudeli ma efficienti, l’altro è semplicemente un dato.
Ed è qui che NAZA supera la cronaca e diventa cinema politico nel senso più radicale: non documenta soltanto ciò che accade a Gaza, ma interroga la struttura mentale che permette a una società di produrre morte senza che tutti coloro che partecipano alla catena produttiva si percepiscano come assassini.
C’è da chiedersi allora cosa accade alla responsabilità quando la storia arriva dopo gli eventi….
A Norimberga esisteva almeno la possibilità di costruire una scena giudiziaria nella quale i responsabili potessero essere chiamati a rispondere dei propri atti. Oggi la questione è infinitamente più complessa. La Corte penale internazionale ha emesso nel novembre 2024 un mandato d’arresto nei confronti di Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant, accusandoli di crimini di guerra e crimini contro l’umanità; parallelamente, davanti alla Corte internazionale di giustizia è in corso il procedimento promosso dal Sudafrica che accusa Israele di violazione della Convenzione sul genocidio. Nessuna di queste vicende equivale però a un processo già celebrato e concluso come quello di Norimberga.
Ed è forse questa la vertigine conclusiva di NAZA: non soltanto chiedersi come sia stato possibile, ma chiedersi se, quando tutto sarà finito, esisterà qualcuno disposto a pronunciare la parola responsabilità.
Perché la storia è spesso molto generosa con gli esecutori: concede loro il tempo, la distanza, la burocrazia, gli ordini superiori, l’oblio.
Il cinema, invece, può togliere loro almeno una cosa: la possibilità di dire di non aver visto.
La conseguenza più ampia della sottomissione all'autorità è la scomparsa del senso di responsabilità.
Stanley Milgram
Questo film era in concorso ufficiale di 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica 2026