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Ritorno a Buenos Aires
2026 • 104 min

Ritorno a Buenos Aires

3.0
🤍 IMDb

Synopsis

 Buenos Aires, 2008. Dopo trentatré anni trascorsi in Italia, Mariano Guerra torna in Argentina per testimoniare al processo contro gli uomini che lo sequestrarono durante la dittatura militare, lo torturarono e lo tennero prigioniero per oltre due anni. 
Mariano deve confrontarsi con i propri ricordi, con gli altri sopravvissuti e con la propria responsabilità. Il processo diventa allora anche un processo interiore: quello di un uomo che è stato vittima, ma che per sopravvivere è stato costretto a entrare nella macchina del carnefice. 

Review

4 min read
Recensito da Fabian · 18. September 2026
 
Il dolore fisico non ha voce, ma quando finalmente trova una voce, comincia a raccontare una storia.
— Elaine Scarry

Marco Bechis torna ancora una volta nel luogo originario del proprio cinema: la dittatura militare argentina, la sparizione dei corpi, la tortura, la cancellazione dell'identità. È una materia che appartiene alla sua stessa esperienza biografica e che aveva trovato una delle sue forme cinematografiche più radicali in Garage Olimpo, per poi trasformarsi in Hijos/Figli in una riflessione sulla memoria, sull'identità e sui figli dei desaparecidos. 
In Ritorno a Buenos Aires Bechis compie però uno spostamento significativo. Non guarda soltanto alla vittima, ma a quella zona oscura nella quale la vittima viene costretta a collaborare con il proprio carnefice. 
Mariano Guerra è stato sequestrato, torturato e violentato. Ma proprio perché è sopravvissuto, porta con sé una colpa che non gli appartiene interamente e tuttavia non riesce a cancellare: quella di essere stato trasformato in collaboratore del sistema che lo stava distruggendo. Gli viene salvata la vita, ma il prezzo della sopravvivenza è l'ingresso nella macchina della repressione. Il medico che lo tiene prigioniero lo abusa sessualmente e contemporaneamente lo utilizza all'interno del centro di detenzione. 
È qui che il film introduce un’altra dimensione: il corpo violentato non appartiene soltanto alla vittima femminile. La violenza sessuale attraversa anche il corpo maschile e diventa uno strumento di annientamento, umiliazione e controllo. Nella dittatura argentina lo stupro e la tortura delle donne si intrecciano inoltre alla sottrazione dei figli delle detenute incinte, bambini fatti nascere dentro la clandestinità e poi separati dalle madri e affidati a famiglie legate al sistema di potere. È uno dei temi che Bechis aveva già affrontato con straordinaria forza in Hijos/Figli: non basta eliminare una persona, occorre cancellarne anche la discendenza, la memoria, perfino il diritto a sapere chi si è. 
Ma Mariano introduce una complicazione ulteriore. Non è soltanto il corpo su cui il potere esercita la propria violenza: è il sopravvissuto che il potere cerca di trasformare in un ingranaggio. 
La sua condizione ricorda, per la sua ambiguità morale, quella dei prigionieri costretti nei sistemi concentrazionari a svolgere funzioni al servizio dei propri persecutori. Il paragone non annulla le differenze storiche, ma illumina la questione centrale del film: dove si colloca la responsabilità quando la sopravvivenza viene concessa in cambio della collaborazione. 
Mariano torna a Buenos Aires proprio perché il passato non può essere archiviato insieme agli atti di un processo. Gli altri sopravvissuti diventano specchi nei quali deve riconoscere ciò che è stato e ciò che ha fatto. Il ritorno geografico coincide con un ritorno dentro la propria memoria. 
È un territorio che Bechis conosce profondamente. E infatti il film ritrova alcuni dei suoi temi più forti: la memoria come luogo della tortura, il corpo come superficie sulla quale il potere scrive la propria legge, la sopravvivenza come condizione tutt'altro che pacificata, l'identità distrutta e poi ricostruita attraverso il racconto. 
Dove Ritorno a Buenos Aires convince meno è nella costruzione cinematografica di questa materia. 
Rispetto alla precisione e alla radicalità di Garage Olimpo e alla forza di Hijos/Figli, qui la sceneggiatura presenta alcune soluzioni che appaiono forzate. I passaggi fra presente e passato, invece di produrre sempre una vera frattura della memoria, talvolta sembrano semplicemente spiegare ciò che il film vorrebbe raccontare. Alcune situazioni risultano inoltre costruite in maniera talmente esplicita da sfiorare, in determinati momenti, un involontario effetto di irrealtà, quasi di grottesco. 
Ed è proprio questo il limite più evidente del film: non la storia che racconta, ma il modo in cui decide di raccontarla. 
Perché qui Bechis dispone di una materia cinematografica potentissima: un uomo che è contemporaneamente vittima, sopravvissuto e collaboratore; un uomo il cui corpo è stato violentato e contemporaneamente utilizzato dal sistema; un uomo che deve tornare davanti a coloro che ricordano quella stessa violenza da una posizione diversa dalla sua. 
Il problema è che la forma non riesce sempre a sostenere questa complessità. 
Quando invece il film abbandona la necessità di spiegare e lascia emergere il corpo, i silenzi, gli incontri e la memoria, ritrova la forza del cinema di Bechis. È allora che la dittatura smette di essere un fatto storico e torna a essere ciò che per lui è sempre stata: qualcosa che continua ad abitare i sopravvissuti molto dopo la fine del regime. 
Ritorno a Buenos Aires è dunque un ritorno necessario, ma non completamente riuscito. Bechis torna sui propri fantasmi e li osserva da un'angolazione nuova, quella della vittima costretta a diventare collaboratore, del corpo maschile violato, della colpa che nasce dalla sopravvivenza. Sono temi potentissimi, ma proprio per questo si sente maggiormente la distanza rispetto alle opere nelle quali Bechis aveva saputo trasformare la memoria della dittatura in una forma cinematografica di assoluta complessità e precisione. 

Quanto più grande è il dolore del prigioniero, tanto più grande è il mondo del torturatore.
— Elaine Scarry 
 
Questo film era in concorso ufficiale di 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica 2026

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