2026 • 94 min
The Basic of Philosophy
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Synopsis
John Jorissen è un professore di filosofia in un piccolo college del Midwest americano. Insegna e sta scrivendo un libro su Baruch Spinoza mentre conduce un’esistenza apparentemente ordinata accanto a Becca, collega e compagna, e a suo figlio Willie. Ma sotto la superficie disciplinata di questa vita abita una colpa antica, rimossa e insieme ineliminabile.
Quando muore suo padre, dal passato riemerge Miguel Vasque, figlio del giardiniere della famiglia Jorissen. Anni prima, John aveva commesso nei suoi confronti un atto trasgressivo. Il padre aveva pagato la famiglia di Miguel perché il fatto rimanesse senza conseguenze giudiziarie, garantendo al figlio la possibilità di proseguire gli studi come forma di compensazione. Da quel momento, la filosofia diventa per John non soltanto una professione, ma una possibile forma di espiazione: un tentativo di comprendere razionalmente ciò che non riesce a elaborare.
Il ritorno di Miguel dissolve però la distanza fra pensiero e vita. La colpa, il desiderio, la vergogna e il bisogno di essere assolto precipitano John in una crisi esistenziale nella quale perfino Spinoza sembra non offrire una via d’uscita. Di fronte alla possibilità di ricominciare, John scopre che comprendere il male non significa necessariamente liberarsene e che nessuna costruzione razionale può garantire ciò che l’essere umano cerca più disperatamente: il perdono, soprattutto quello di se stesso.
Review
6 min read
Recensito da Beatrice
· 04. September 2026
La schiavitù degli affetti consiste nell’impotenza dell’uomo a moderare e reprimere gli affetti.
— Baruch Spinoza
Premessa: la forma in questo film non è all’altezza del contenuto: una forma quasi elementare, talvolta persino povera, diventa il contenitore accidentale di una struttura filosofico di sorprendente complessità.
The Basics of Philosophy e’ un film formalmente basico, scarsamente seducente sul piano strettamente cinematografico, quasi dimesso nella sua costruzione visiva. Eppure proprio questa sproporzione finisce per produrre un effetto singolare: più la forma sembra incapace di sostenere l’ambizione dell’opera, più emerge la radicalità del problema che Schrader vi deposita dentro. È un film che richiede una immersione mentalmente/ psichica/ esistenziale.
Al centro c’è John Jorissen, professore di filosofia e autore di un libro su Spinoza, uomo che ha trasformato la propria esistenza in una sorta di laboratorio della razionalità. Ma la filosofia, che dovrebbe essere strumento di liberazione, si rivela progressivamente anche una sofisticata macchina di difesa. John conosce i concetti attraverso i quali l’essere umano può comprendere le proprie passioni; sa che la libertà non consiste nell’arbitrio capriccioso, ma nella capacità di comprendere le cause che ci determinano. E tuttavia rimane prigioniero proprio di ciò che comprende.
È qui che il film diventa molto più interessante della sua messa in scena.
La questione non è semplicemente la colpa. È il rapporto fra comprensione, razionalità, perdono e cambiamento.
John sembra essere stato quasi consegnato alla filosofia dal padre: invece di diventare pianista, viene indirizzato verso gli studi come conseguenza di ciò che ha fatto e della necessità paterna di vedere nel figlio ciò che lui non aveva potuto essere. La filosofia nasce sotto il segno di una colpa. Non è una libera vocazione originaria, ma una forma di destino costruita attorno a una frattura morale.
E questo rende Spinoza una presenza tutt’altro che ornamentale.
La razionalizzazione spinoziana dovrebbe consentire all’individuo di comprendere le cause delle proprie passioni e, attraverso tale comprensione, sottrarsi alla loro schiavitù. La conoscenza modifica il rapporto dell’uomo con ciò che lo determina. Ma Schrader introduce una domanda che Spinoza, almeno nella forma drammatica assunta dal film, non può definitivamente risolvere ossia se comprendere significa davvero poter cambiare.
Oppure il cambiamento richiede qualcosa che la ragione, da sola, non può produrre.
È il punto nel quale la filosofia si trasforma in dilemma esistenziale.
Possiamo comprendere perfettamente le ragioni per cui siamo diventati ciò che siamo e tuttavia continuare a essere ciò che siamo. Possiamo riconoscere le nostre passioni, ricostruirne le cause, analizzarle, persino collocarle dentro una rigorosa architettura concettuale, senza per questo riuscire a interrompere la loro efficacia su di noi.
La conoscenza può dunque essere condizione della libertà senza essere necessariamente la libertà stessa.
E soprattutto non sembra contenere automaticamente il cambiamento.
Il paradosso di John è precisamente questo: ha dedicato la propria vita a comprendere l’essere umano e non riesce a comprendere se stesso fino al punto di liberarsene.
Qui entra in gioco il perdono.
Perché comprendere veramente qualcuno significa forse arrivare al limite estremo del giudizio. Significa praticare una sorta di epochè, sospendere almeno provvisoriamente quella sedimentazione di giudizi morali, culturali, familiari e sociali attraverso i quali interpretiamo ogni gesto umano. Ma una sospensione del giudizio è davvero possibile? Possiamo arrivare a comprendere un atto fino alle sue cause ultime senza che il nostro stesso giudizio continui ad abitarci?
E, soprattutto, possiamo veramente perdonare ciò che abbiamo compreso ma che continuiamo a considerare imperdonabile?
Il film sembra suggerire che il vero antagonista di John non sia Miguel. Non sia nemmeno il padre. È la coscienza stessa, quella zona in cui il sapere razionale e il sentimento della colpa continuano a contraddirsi.
Miguel è il ritorno del reale.
È ciò che il pensiero non può più tenere a distanza. È il corpo della colpa che ricompare nella vita dell’uomo che aveva tentato di trasformare la colpa in pensiero.
Ed è qui che il titolo assume un’ironia quasi crudele. The Basics of Philosophy sembra promettere una lezione introduttiva, qualcosa di elementare. Ma sotto questa apparente semplicità si nasconde una domanda vertiginosa: che cosa può realmente la filosofia sulla vita.
Può spiegare la libertà, ma rimane il dubbio se possa renderci liberi.
Può spiegare le passioni, ma forse non può sottrarci alla loro potenza
Può spiegare la colpa, ma chissà se può cancellarla. Può spiegare il perdono.
E soprattutto: può la ragione produrre quella trasformazione dell’individuo che la ragione stessa indica come necessaria?
Schrader fa una vera e propria operazione filosofica, apre una serie di domande senza soddisfarle. Anzi, sembra costruire deliberatamente una contraddizione fra la sofisticazione del pensiero e l’impossibilità dell’esistenza di adeguarsi ad esso.
John è un uomo che sa moltissimo e proprio per questo diventa ancora più evidente ciò che non sa fare: vivere oltre la propria colpa.
Il film raggiunge così una dimensione quasi cartesiana: il dubbio non riguarda più ciò che possiamo conoscere, ma ciò che possiamo diventare. Comprendere razionalmente se stessi non significa riuscire a cambiare. La scelta razionale è soltanto una condizione preliminare, mentre il cambiamento rimane qualcosa di ulteriore, non garantito dalla scelta stessa.
La libertà potrebbe allora essere una possibilità senza essere ancora una trasformazione.
Ed è forse questa la parte focale del film: la razionalità può amministrare le passioni senza necessariamente redimerle.
Per questo The Basics of Philosophy è un’opera curiosamente deterrente. La sua pochezza formale diventa quasi inversamente proporzionale alla forza del problema che pone. Schrader sembra dirci che possiamo costruire sistemi filosofici raffinatissimi, dedicare un’intera esistenza allo studio della libertà, comprendere le determinazioni che governano i nostri comportamenti e, alla fine, scoprire che l’uomo rimane ancora lì: davanti a se stesso, davanti alla propria colpa, davanti all’impossibilità di sapere se il comprendere sia sufficiente per cambiare.
È un film che forse non riesce pienamente a diventare grande cinema.
Ma riesce, sorprendentemente, a diventare un grande problema filosofico.
E forse è proprio questa la sua contraddizione più fertile: un’opera cinematograficamente quasi elementare che finisce per porre una domanda tutt’altro che elementare.
Non se possiamo comprendere noi stessi, ma se, una volta compresi, siamo davvero capaci di diventare altro da ciò che siamo stati.
È una differenza minima nelle parole e abissale nell’esistenza.
Senza essere perdonati […] la nostra capacità di agire sarebbe confinata a un solo atto dal quale non potremmo mai riprenderci.
— Hannah Arendt
Questo film era in concorso ufficiale di 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica 2026