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THE ONLY LIVING PICKPOCKET IN NEW YORK
2026 • 88 min

THE ONLY LIVING PICKPOCKET IN NEW YORK

3.5
Questo film è stato presentato a
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Synopsis

 
Harry Lehman è un borseggiatore di grande esperienza, forse l'ultimo rappresentante di una professione che la tecnologia ha reso obsoleta. Nella New York dei pagamenti digitali, il suo mestiere perde progressivamente ragion d'essere: i portafogli sono sempre più vuoti e il denaro si è trasferito altrove. Mentre si prende cura della moglie Rosie, gravemente malata, Harry si ritrova coinvolto in una vicenda criminale che lo costringe a confrontarsi con un mondo nel quale i ladri più efficienti non hanno più bisogno di avvicinarsi alle proprie vittime. E con un passato familiare meno irreprensibile di quanto la sua dedizione presente potrebbe far supporre. 

Review

7 min read
Recensito da Beatrice · 13. October 2026
 
Il denaro è diventato virtuale, il furto si è digitalizzato. Solo il borseggiatore è rimasto analogico. 

In The Only Living Pickpocket in New York, Noah Segan affida a John Turturro il compito di interpretare un mestiere in via d'estinzione. Harry Lehman sa ancora infilare una mano in una tasca, ma il problema è che nella tasca potrebbe non esserci più niente. La tecnologia ha trasformato il denaro in un'entità immateriale e il portafoglio in un accessorio che conserva soprattutto un valore archeologico. Il borseggiatore, insomma, rischia di diventare l'unico professionista costretto a fare i conti con l'assenza di liquidità. 
Naturalmente, il furto non è scomparso. Ha semplicemente cambiato scala, strumenti e committenti. I nuovi ladri non devono più sfiorare una giacca nella metropolitana: possono operare a distanza, sottrarre cifre enormi e lasciare alle vittime il dubbio di essere state derubate oppure di aver sbagliato qualcosa. Il progresso, da questo punto di vista, ha prodotto un notevole miglioramento delle condizioni di lavoro della criminalità. Niente più borse da aprire, nessun rischio di essere riconosciuti, molta più merce disponibile. 
Harry rappresenta invece una forma artigianale di illegalità. Il suo lavoro richiede abilità, conoscenza dei corpi, capacità di osservazione e una certa intimità con la vita quotidiana degli altri. Il suo è un furto che avviene ancora nello spazio fisico delle relazioni, mentre quello contemporaneo può fare a meno persino della presenza della vittima. Non è una differenza che assolve il vecchio borseggiatore, ma che rende evidente una contraddizione: in un'economia nella quale il denaro circola sempre più astrattamente, anche la responsabilità tende a diventare altrettanto impalpabile. 
Il film intercetta così una questione che va oltre la trasformazione dei sistemi di pagamento. Il denaro cambia forma, ma continua a organizzare le relazioni umane. Determina chi può sopravvivere, chi può scegliere, chi può permettersi di dipendere da qualcun altro. Anche la fiducia entra in questa economia: ci affidiamo a procedure, dispositivi e sistemi di verifica, mentre diventa sempre più difficile sapere chi si trovi davvero dall'altra parte. Il borseggiatore tradizionale, almeno, ha il vantaggio della riconoscibilità professionale. Il suo cliente non sa di esserlo, ma il rapporto è concreto. 
Tutto ha un prezzo, anche ciò che non viene formalmente messo in vendita. La differenza è che oggi il mercato non ha più bisogno di presentarsi come tale: è incorporato negli strumenti con cui lavoriamo, paghiamo, comunichiamo e organizziamo la nostra esistenza. Il portafoglio vuoto diventa allora una metafora efficace, senza bisogno di attribuirgli un'eccessiva solennità. Il contenitore è ancora lì; è il contenuto ad aver cambiato indirizzo. E chi continua a cercare banconote si ritrova fuori mercato. 
Harry, tuttavia, non è soltanto un residuo di un'economia precedente. La sua vita privata introduce una contraddizione più interessante di qualsiasi nostalgia per il passato. L'uomo che oggi dedica quasi interamente il proprio tempo a Rosie, la moglie gravemente malata e incapace di muoversi autonomamente tantomeno di relazionarsi,  non è stato un marito e un padre altrettanto affidabile in ogni fase della sua esistenza. Il racconto ne rivela progressivamente le mancanze, soprattutto nel rapporto con la figlia, impedendo allo spettatore di trasformare la dedizione presente in una facile assoluzione. 
È un dettaglio decisivo: prendersi cura di qualcuno non rende retroattivamente migliori tutte le nostre azioni. Non esiste un sistema di compensazione morale nel quale ogni gesto affettuoso produca un credito utilizzabile per estinguere i debiti del passato. La vita, per fortuna o per sfortuna, non dispone di un servizio clienti al quale rivolgersi per ottenere la cancellazione delle proprie inadempienze. 
Eppure, nella relazione con Rosie, Harry mostra una tenerezza che non ha bisogno di essere dichiarata. C'è un momento in cui si mette a ballare davanti a lei, immobile a letto. La scena è poetica proprio perché non cerca di esserlo a tutti i costi: un uomo si muove davanti a una donna che non può accompagnarlo né nel movimento, né nello sguardo,  mantenendo aperta una relazione che non si esaurisce nella possibilità di ricevere una risposta. È un gesto insieme ludico e malinconico, nel quale si può leggere anche il tentativo di fare i conti con ciò che Harry non è stato capace di dare alla propria famiglia. 
Il film non offre garanzie sul valore riparatore di questo amore. Non sappiamo se la dedizione a Rosie sia una forma di espiazione, un modo di restituire qualcosa o semplicemente la scelta che Harry compie nel presente. Probabilmente, la sua forza sta proprio nell'impossibilità di separare nettamente queste motivazioni. Anche i sentimenti, del resto, non sono sempre trasparenti: talvolta facciamo qualcosa per l'altro e, contemporaneamente, per poter continuare a convivere con noi stessi. 
È in questa ambivalenza che Turturro costruisce un personaggio straordinario. Il suo Harry conserva la professionalità di chi ha imparato a conoscere il mondo attraverso gesti precisi, ma porta addosso anche la goffaggine di chi non è riuscito a gestire altrettanto bene la propria vita. L'attore evita tanto la caricatura del vecchio criminale quanto il sentimentalismo del marito devoto. La sua interpretazione tiene insieme orgoglio, meschinità, ironia e tenerezza, senza chiedere allo spettatore di scegliere quale sia il vero Harry. Sono tutti Harry, compresi quelli che sarebbe più comodo ignorare. 
Anche il tono del film si muove fra il tragico e il comico, senza trasformare l'uno nella semplice parentesi dell'altro. Le situazioni ludiche non cancellano la precarietà del protagonista, così come la sua fragilità non impedisce al racconto di divertirsi con le contraddizioni di un uomo fuori tempo massimo. La musica, con le sue suggestioni jazz e noir, accompagna questo equilibrio e restituisce alla città una vitalità che non coincide con la sua modernizzazione. New York continua a correre; Harry continua a camminare. 
Mentre qui si osserva chi non è riuscito ad aggiornare il proprio mestiere, Ink racconta la nascita di un sistema che trasforma la realtà in prodotto. Il primo mostra l’obsolescenza dell’artigianato, il secondo l’evoluzione della macchina. 
Da Murdoch al borseggiatore: cambia la tecnologia, non cambia la merce. E il furto, quando diventa sistema, smette persino di sembrare un reato. 
Il titolo contiene già una diagnosi e una battuta. Harry è l'ultimo esemplare di una categoria professionale che rischia l'estinzione, ma non perché la società abbia finalmente sconfitto il furto. Al contrario, il furto ha trovato opportunità molto più redditizie e meno faticose. È cambiato il mercato, non la propensione a sottrarre. A essere superato è soltanto chi lo fa con le mani. 
Rimane un uomo che ha sbagliato, che non può correggere il proprio passato e che, nel presente, si prende cura della donna che ama e che è disposto a fare qualunque cosa per lei. Non è un eroe da riabilitare né un relitto da compiangere. È un individuo contraddittorio, come del resto lo sono molti di quelli che, pur senza commettere reati, amministrano con notevole disinvoltura le proprie responsabilità. 
Noah Segan costruisce così un film che usa il borseggio per parlare di denaro, tecnologia e affidabilità, ma trova nella vita privata del protagonista il suo contrappunto più efficace. Il mondo ha reso il furto più sofisticato, e forse i ladri più disonesti. E mentre il valore economico si smaterializza, restano corpi da assistere, legami compromessi e conti che nessuna banca può chiudere. 
Harry, almeno, sa ancora dove mettere le mani. Il problema è che il mondo ha imparato a rubare senza usarle. 

Il borseggiato è in via d’estinzione. Il furto, invece ha trovato un lavoro d’ufficio. 
 

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