2026 • 110 min
Primetime
Questo film è stato presentato a
Synopsis
Nel 2006 Chris Hansen è il volto di To Catch a Predator, controverso programma televisivo di Dateline NBC che trasforma la caccia ai predatori sessuali online in uno spettacolo di enorme successo. Attraverso identità fittizie di minorenni, gli uomini vengono attirati in abitazioni predisposte come trappole e quindi smascherati davanti alle telecamere da Hansen, prima dell’intervento della polizia.
Robert Pattinson interpreta Hansen, un giornalista che comprende progressivamente come la cronaca criminale possa diventare intrattenimento, la colpa audience e l’indignazione un prodotto televisivo.
Review
4 min read
Recensito da Fabian
· 05. September 2026
La televisione ha reso l’intrattenimento il formato naturale della rappresentazione di ogni esperienza.
— Neil Postman,
Lance Oppenheim, al suo esordio nella fiction dopo una significativa esperienza documentaria, ricostruisce quel mondo attraverso una forma contaminata dalla televisione degli anni Duemila: dispositivi di sorveglianza, immagini nervose, estetica del reality, montaggio frammentato e una continua sovrapposizione tra ciò che accade davanti alla telecamera e ciò che viene costruito per essa.
Dietro la vicenda di Hansen emerge così il ritratto di una televisione che non si limita più a raccontare la realtà, ma la trasforma in spettacolo e finisce per trasformare in spettacolo anche chi la racconta.
C’è qualcosa di perfettamente coerente nel fatto che Primetime arrivi oggi a raccontare una vicenda televisiva del 2006. E c’è anche qualcosa di paradossale: il film parla di una trasformazione dell’informazione in spettacolo che conosciamo ormai da decenni.
Lance Oppenheim, al suo esordio nella fiction dopo Some Kind of Heaven, Spermworld e Ren Faire, ricostruisce il mondo di To Catch a Predator, il programma condotto da Chris Hansen che trasformava la cattura di uomini accusati di cercare rapporti sessuali con minorenni in un evento televisivo. La giustizia diventava spettacolo, l’indignazione diventava audience, l’umiliazione diventava merce visiva.
Ed è proprio qui che Primetime trova il suo punto più interessante.
Oppenheim non racconta semplicemente la televisione: la porta dentro il cinema. La macchina da presa assume la grammatica della reality TV, utilizza dispositivi di sorveglianza, immagini frammentarie, una certa instabilità dello sguardo, e costruisce una fiction che sembra continuamente contaminata dal documentario. La forma diventa quindi una riflessione sul proprio stesso oggetto: una fiction che ricostruisce una televisione che trasformava la realtà in spettacolo.
L’operazione è formalmente intelligente, ma non cinematograficamente efficace.
Perché Primetime, nonostante la qualità dell’idea, è piuttosto noioso. La distanza che dovrebbe produrre inquietudine produce talvolta soltanto inerzia. Il dispositivo formale è riconoscibile, ma non sempre riesce a trasformarsi in esperienza.
E soprattutto, il film racconta qualcosa che conosciamo fin troppo bene: il capitalismo dello sguardo.
Sappiamo da decenni che la televisione spettacolarizza il dolore, espone l’intimità, trasforma le persone in personaggi e la vita privata in contenuto. Abbiamo visto la progressiva cancellazione del confine fra informazione e intrattenimento, fra cronaca e voyeurismo, fra indignazione e consumo.
Il pubblico stesso è diventato parte del dispositivo. Non è sufficiente dire che la televisione offre ciò che la gente vuole: spesso è la televisione a costruire il gusto del pubblico, educandolo a desiderare proprio ciò che gli viene offerto. Prima produce il bisogno, poi vende il prodotto che lo soddisfa. Non consumiamo più soltanto oggetti, ma esistenze. Consumiamo la vergogna, il dolore, la caduta e l’intimità degli altri.
In questo senso Chris Hansen è una figura esemplare. Pattinson non interpreta soltanto un giornalista, ma un uomo che progressivamente diventa la propria immagine televisiva. Il giornalista diventa personaggio, il personaggio diventa marchio, il marchio diventa prodotto.
E tuttavia Primetime non arriva davvero in territori inesplorati. La televisione ci ha mostrato questa merda per decenni: vite private esposte, sofferenze confezionate, umiliazioni trasformate in intrattenimento. Oggi il meccanismo è semplicemente diventato infinitamente più capillare attraverso i social e le piattaforme digitali.
La differenza è che Hansen aveva bisogno di una troupe e di una rete televisiva. Oggi basta uno smartphone.
Ed è qui che il film, forse inconsapevolmente, diventa più interessante per ciò che lascia fuori campo: non viviamo più soltanto nell’epoca in cui lo spettacolo invade la realtà. Viviamo nell’epoca in cui la realtà viene costruita fin dall’inizio affinché possa diventare spettacolo.
Da questo punto di vista sembra inevitable un richiamo a Ulrich Seidl.
l regista austriaco pur lavorando spesso nella fiction, riesce a ottenere un effetto documentario assai più radicale. Nei suoi film la realtà non sembra semplicemente imitata attraverso una grammatica documentaria: sembra emergere dalla costruzione stessa della fiction. I suoi personaggi, i loro corpi, gli ambienti, le abitudini, le ossessioni e le solitudini assumono una concretezza quasi insostenibile. La messa in scena non attenua la realtà: la rende più evidente.
Oppenheim procede nella direzione opposta. Porta il documentario dentro la fiction, ma il risultato appare talvolta meno vivo proprio perché troppo consapevole del proprio dispositivo. Là dove Seidl riesce a far dimenticare la macchina cinematografica pur costruendo minuziosamente ogni immagine, Oppenheim ce la ricorda continuamente.
Ed è forse questa la differenza sostanziale: Seidl usa la fiction per raggiungere una verità documentaria; Oppenheim usa il documentario per costruire una fiction che assomigli alla realtà.
Primetime rimane dunque un film interessante soprattutto per la sua concezione formale e per il tema che mette in scena, ma non quella rivelazione sul mondo dello spettacolo che il soggetto avrebbe potuto promettere.
La sua intuizione è più forte del suo risultato. Perché la cosa davvero inquietante non è più che la televisione abbia trasformato la realtà in spettacolo, è che abbiamo smesso di stupircene.
Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione.
— Guy Debord,
Questo film era in concorso ufficiale di 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica 2026