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Noi, un pò meglio
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Noi, un pò meglio

2.5
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Synopsis

Simone, uomo metodico e profondamente legato all’idea di famiglia, e Lucia, indipendente e insofferente alle convenzioni, hanno costruito una relazione solida nonostante le loro differenze. La decisione difficile di adottare un bambino li costringe a confrontarsi con le proprie paure e con un sistema di valutazione complesso, insieme alla difficoltà della famiglia ingombrante di lui e assente di lei. 

Review

4 min read
Recensito da Beatrice · 18. October 2026
 I tuoi figli non sono tuoi figli. Sono i figli e le figlie della fame che la Vita ha di sé stessa.
Kahlil Gibran 

A volte i film funzionano quando non vogliono necessariamente funzionare. Qui Daniele Luchetti sembra invece oscillare tra una storia interessante, sostenuta da interpreti straordinari e una commedia che, nel tentativo di alleggerire la materia di cui si occupa, finisce spesso per indebolirla. 

Il percorso dell’adozione offre al film uno spunto fertile. Diventare genitori, in questo caso, significa sottoporsi a una serie di verifiche che pretendono di accertare l’idoneità ad amare, accogliere, educare, farsi carico della vulnerabilità di un altro essere umano. L’istituzione deve tutelare bambini che hanno già conosciuto l’abbandono, e questa responsabilità è comprensibile. 
Meno comprensibile è la presunzione che una procedura possa misurare preventivamente la capacità di essere genitori. Soprattutto, viene da chiedersi perché un simile esame sia riservato a chi adotta, mentre la genitorialità biologica non richiede alcuna certificazione preventiva. Come se la natura conferisse un’autorizzazione che l’istituzione, invece, pretende di concedere soltanto dopo aver verificato la conformità dei candidati a una serie di criteri. 
È qui che il film intercetta una contraddizione autentica: la distanza fra la complessità delle relazioni umane e il bisogno delle istituzioni di renderle classificabili, prevedibili, amministrabili. Un figlio non è un progetto del quale si possa garantire il successo attraverso una valutazione preliminare. Eppure, nel mondo dell’adozione, la possibilità di costruire una famiglia passa anche attraverso questa pretesa di controllo. 
Interessante, almeno nelle premesse, è il confronto fra le due coppie che si incontrano durante il percorso. Da una parte Simone e Lucia, un pompiere e un’infermiera; dall’altra, una coppia benestante, abituata a condizioni di vita decisamente più agiate. Il desiderio di diventare genitori è comune, ma le risorse materiali con cui affrontare la vita sono profondamente diverse. Quando la disparità economica entra concretamente nella relazione, ciò che sembrava un’amicizia fra persone accomunate dalla stessa difficoltà assume contorni decisamente più grotteschi. La proposta che la coppia ricca rivolge agli altri è uno dei momenti più riusciti proprio perché presenta una questione fino alle sue conseguenze più assurde. 
Peccato che il film non si fidi abbastanza delle proprie contraddizioni. Nel tentativo di sdrammatizzare un tema delicato, Luchetti ricorre spesso a situazioni che non raggiungono né la forza corrosiva del grottesco né la libertà dell’assurdo. Scivolano, piuttosto, nel ridicolo. E il ridicolo, a differenza del grottesco, non mette necessariamente a nudo una contraddizione: può limitarsi a renderla poco credibile. Il problema non è che una storia sull’adozione debba essere necessariamente drammatica, né che l’ironia sia fuori luogo. È che la comicità dovrebbe illuminare le assurdità della realtà, non sostituirsi a esse con artifici che finiscono per indebolire la storia. 
Quando il film insiste nel voler divertire a tutti i costi, la sua materia perde consistenza. I personaggi rischiano di diventare strumenti di una dimostrazione, le situazioni sembrano costruite per ottenere una reazione e la complessità delle relazioni viene sacrificata alla ricerca dell’effetto. È un limite che si incontra in una parte della cinematografia italiana contemporanea: la convinzione che affrontare un tema serio significhi alternare continuamente momenti di commozione e gag, come se lo spettatore non fosse in grado di sostenere la complessità senza essere periodicamente sollevato dal peso di pensare. 
Per fortuna, ci sono Elio Germano e Maria Chiara Giannetta. Entrambi offrono interpretazioni di altissimo livello, capaci di restituire alla coppia una consistenza umana che la scrittura non sempre riesce a garantire. Entrambi confermano una capacità interpretativa eccezionale: senza il bisogno di forzare i personaggi o di sottolinearne le contraddizioni, facendole emergere semplicemente attraverso dettagli, esitazioni e sfumature. 
Il titolo, Noi, un po’ meglio, suggerisce una possibile ambizione: non diventare genitori perfetti, né esseri umani finalmente all’altezza di un modello ideale, ma provare a modificare qualcosa di sé nel rapporto con l’altro. È un’intuizione interessante, perché mette in discussione l’idea che esista una forma definitiva di maturità affettiva. Ma proprio questa intuizione avrebbe richiesto una maggiore fiducia nell’ambivalenza dei personaggi e una minore dipendenza dai meccanismi della commedia. 
 
Il mio io di adesso e il mio io di poco fa, siamo certo due. Ma quale sia migliore non posso davvero dirlo. 
Michel de Montaigne 
 
 
 
 

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