Synopsis
Alla morte del padre (Josh Brolin), Jay Gardiner (Austin Abrams) si immerge al largo della California per cercarne i resti, ma viene inghiottito da una balena. Intrappolato nel suo ventre con un’ora sola di ossigeno, capirà che gli insegnamenti del padre sono la sua unica via di salvezza.
Review
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Recensito da Achille
· 16. October 2026
La dinamica padre-burbero e figlio-inetto è stata protagonista di innumerevoli film di qualsiasi genere, dai cartoni animati alle commedie, fino all’horror. Nessuno, però, l’aveva mai sviscerata in questo modo: dall’interno di un capodoglio.
Dopo mezz’ora dall’inizio di WHALEFALL, Jay, il figlio, viene inghiottito da un grande capodoglio e, da questo momento fino alla fine del film, cerca di risalire il suo esofago e uscirne vivo.
Jay non è l’obiettivo della sessione di caccia del capodoglio. Finisce per essere inghiottito perché, in una sequenza che sembra uscita da un incubo febbrile, un grande calamaro, una leccornia per i capodogli, viene cacciato e divorato dal cetaceo. Prima di essere a sua volta inghiottito, però, afferra Jay con un tentacolo, trascinandolo all’interno delle fauci del predatore. Jay si ritrova nella prima camera gastrica, dove il calamaro che lo ha trascinato continua a essere fonte di problemi: è infatti ancora vivo e lo attacca con il suo becco affilato, mentre lo stritola con i tentacoli. Ma tutto quel movimento provoca una violenta contrazione peristaltica, che spinge il calamaro nella camera gastrica successiva e lascia Jay con una costola fratturata.
Bene.
Dopo questa colluttazione bestiale, lo spettatore si guarda intorno, controlla l’ora e si rende conto che manca ancora un’ora abbondante di film. E si chiede: e adesso? Che si fa?
Jay è solo, senza strumenti apparentemente utili alla sua sopravvivenza, nello stomaco di un capodoglio, in un mare scuro e profondo.
Da questo punto in poi, la pellicola prende tutt’altra strada. Smette di essere solamente un film d’azione e di sopravvivenza e si lancia a capofitto, si tuffa a bomba e a occhi chiusi nel turbolento rapporto genitoriale. Tra deliri psicotici e reincarnazioni buddiste, Jay e il padre Mitt troveranno infatti il modo di comunicare per la prima volta nella loro vita, anzi, nella loro esistenza, cercando di curare le rispettive ferite.
In un richiamo a Shining, come già accaduto in tanti altri cult del genere, il limite tra realtà e psicosi, tra mondo fisico e metafisico, si assottiglia sempre di più, fino a sfaldarsi.
Jay, ormai con i timpani lacerati dalla pressione delle profondità marine e una caviglia fratturata, sembra percepire dei sussurri. È il padre che gli parla. Ma non da qualche tipo di aldilà: il padre è il capodoglio. O meglio, il padre si è reincarnato in un capodoglio.
Lo stesso che lo ha inghiottito e che vuole digerirlo. I due iniziano a dialogare, forse per la prima volta, e tra battute stereotipate e flashback il messaggio della pellicola finalmente si mostra. Mitt, come molti altri padri, nell’intento di «dare tutti gli strumenti necessari per la vita, così da poter scegliere liberamente cosa fare», finisce per sostituirsi alla libertà di scelta del figlio.
Per quanto attuale, il tema è forse ormai inflazionato. Sul piano morale, WHALEFALL non sembra raccontare nulla di inedito: la figura genitoriale deve lasciare che il figlio spieghi le ali e percorra la propria strada.
Un processo che, come ben sappiamo, passa inevitabilmente attraverso la distanza, sia fisica che emotiva. L’estranea di Strippoli ce lo racconta attraverso l’horror soprannaturale; Il fuoco che ti porti dentro, con una drammatica cena di Natale. WHALEFALL, con un capodoglio.
Se a questo punto non si fosse ancora capito, WHALEFALL è dionisiaco. Non solo perché è un film folle, stravagante, a tratti inquietante, ma perché non chiede di essere compreso razionalmente. Si mostra e basta. Scena dopo scena, la follia prende il sopravvento e ci ritroviamo divisi: una parte di noi cerca di razionalizzare ciò che vede e trova infiniti motivi per linciare il film; l’altra smette di opporre resistenza e sceglie semplicemente di precipitare nell’oscurità dell’abisso marino.
E la follia permane persino nel finale, violentemente metaforico. Jay capisce, infatti, che per andare avanti deve lasciar andare il padre. Deve uccidere il ricordo tossico di lui. E per farlo lo uccide. Letteralmente.
Per uscire dallo stomaco, utilizza alcuni oggetti che ha portato con sé per perforare la parete gastrica e il corpo del padre-capodoglio, riuscendo così a riaffiorare in superficie e, finalmente, a respirare.
WHALEFALL è un film a dir poco particolare. È forse un film che sceglieremmo di vedere da soli al cinema, per paura di essere derisi per la sua sinossi e per i vari inciampi di trama, ma che finiremmo per amare in segreto e ringraziare per averci fatto provare qualcosa di vivo.
Qualcosa.
«Dioniso è il dio della presenza immediata... Egli non insegna, non dà leggi: si limita ad apparire. La sua presenza è un prodigio che sconvolge l'esistenza ordinaria. Chi lo accoglie viene rapito nell'estasi; chi lo respinge viene travolto dal turbine della sua follia.»
— Dioniso, Walter F. Otto